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Navigando su internet ho trovato un saggio di grande interesse sul simbolo in Mircea Eliade e lo riporto integralmente di seguito, ritenendo che davvero valga la pena per tutti gli appassionati di simbolismo di leggerlo."IL SIMBOLO IN MIRCEA ELIADEdi Gianfranco Bertagni - borsista presso l'Accademia dei LinceiSommario - Una delle principali scoperte che Mircea Eliade fa nel suo periodo indiano è l'importanza del simbolo. L'articolo presenta la teoria eliadiana del simbolo, elemento mediano tra il sacro e l'uomo. Particolare rilevanza riveste il 'sistema simbolico' all'interno del quale ogni simbolo agisce e senza il quale questo perde il suo più profondo significato; e ancora l'“evoluzionismo simbolico” che sembra a volte presentarsi nell'opera eliadiana. Da sottolineare inoltre l'operatività nascosta del simbolo, agente nella totalità della struttura psichica dell'uomo, e quindi non solo nella parte cosciente. Solo grazie al simbolo e al simbolismo all'uomo è permessa un'esperienza religiosa totale, nella quale il sacro sia “ovunque e in nessun luogo”. Dopo il conseguimento della laurea in filosofia, il giovane Mircea Eliade il 20 novembre del 1928 parte per l'India. Vi permarrà per tre anni, e grazie al patrocinio del maharaja Manindra Chandra Nandy di Kassimbazar, potrà godere di una borsa di studio che gli permetterà di penetrare i segreti della lingua sanscrita e della filosofia indiana, sotto l'ammaestramento del professor Surendranath Dasgupta. Cinquant'anni dopo, Eliade, in un'intervista con Claude-Henri Rocquet, ricordò l'importanza della sua esperienza indiana, nella quale venne a contatto con tre aspetti della spiritualità che saranno tra gli assunti metodologici del futuro storico delle religioni romeno. Egli scoprì quel tentativo tipico della religiosità indiana che consiste nel trasfigurare la vita dell'uomo in un'esperienza sacramentale. Per Eliade, del resto, l'esperienza religiosa tende alla santificazione dell'intera realtà; soprattutto l'uomo appartenente alle società arcaiche riusciva --secondo lo studioso romeno-- a realizzare in qualsiasi ambito della sua vita (personale e sociale) una coesistenza tra il suo essere e la sfera del sacro, che lo proiettava in una situazione in cui realtà metafisica e libertà sono un tutt'uno:gli "atti elementari diventano, per il “primitivo”, un rito; la sua mediazione aiuta l'uomo ad avvicinare la realtà, a inserirsi nell'ontico, liberandosi dagli automatismi (privi di contenuto e di significato) del divenire, del “profano”, del nulla".Questo tipo di uomo era tale nella misura in cui non era naturale, inserito invece nella pienezza della realtà, realtà che per Eliade significa sacro, ontico. Inoltre, nella tipica contrapposizione eliadiana tra sacro e storia, se quest'ultima"è sempre una caduta del sacro, [...] [esso] non cessa di manifestarsi, e in ogni sua nuova manifestazione riafferma la sua originaria tendenza a rivelarsi totalmente e perfettamente".Quindi il sacro si manifesta, ma soprattutto, continua a manifestarsi nelle più diverse forme, in forza della sua inesauribilità; ogni teofania, ogni cratofania, ogni ierofania indica il sacro, ma nello stesso tempo lo limita, indica cioè che quello che essa mostra non è il sacro originario. Appunto per questo, secondo Eliade, ogni esperienza religiosa tende, per sua natura, alla mistica, cioè ad un'esperienza spirituale totale e totalizzante:"Un'esperienza religiosa totale [...], se riesce, porta all'esperienza mistica assoluta, che scopre e identifica il sacro dovunque e in nessun luogo nell'Universo". Eliade scopre, nella sua permanenza in India, anche l'importanza dell'uomo neolitico nelle successive fasi culturali dell'umanità. Quegli archetipi antichissimi, originari delle spiritualità arcaiche dei popoli, tornano con nuovi nomi anche nelle tradizioni religiose ad esse posteriori. Una volta conosciuto il mondo degli archetipi, l'uomo non potrà mai liberarsene; egli potrà viverlo ritualmente attraverso la riattualizzazione dei miti e la trasfigurazione del tempo profano in tempo sacro, potrà esserne contemporaneo grazie alla ripetizione dei gesti degli esseri soprannaturali per dare valore alle sue attività quotidiane, come potrà ritrovarli inconsciamente nella nostra epoca secolarizzata grazie ai sogni, alle opere artistiche o in quelle situazioni oggi desacralizzate ma originariamente religiose; in ogni caso, le intuizioni del mondo arcaico sopravvivono in ogni epoca:"L'uomo potrebbe sfuggire da ogni cosa, meno che dalle sue intuizioni archetipiche, create nel momento in cui ha preso coscienza della sua posizione nel Cosmo. [...] La spiritualità arcaica, così come l'abbiamo decifrata, assetata di ontico, continua fino ai giorni nostri".Ma Eliade in India fa anche una scoperta che non meno di queste sarà fondamentale all'interno della sua teoria morfologica delle religioni. Eliade scopre il significato del simbolo. Nella sua intervista a Rocquet racconta come in Romania, prima della sua esperienza indiana, non si sentisse affatto attratto dalla vita religiosa, come interpretasse le icone che riempivano le chiese di Bucarest quasi alla stregua di idoli:"Ebbene, in India mi è capitato di vivere in un villaggio di Bengala e ho visto delle donne e delle ragazze che accarezzavano e decoravano un lingam, un simbolo fallico".E capì allora il senso del simbolo, in quel caso del lingam. Quest'ultimo voleva dire molte cose: l'origine della vita, della creatività, della fertilità cosmiche; si trattava dell'epifania di Siva."Allora questa possibilità di provare un'emozione religiosa in virtù dell'immagine e del simbolo, mi ha rivelato tutto un mondo di valori spirituali".E allora anche davanti ad un'icona il credente non vedrà semplicemente l'immagine di una donna con un bambino, ma vivrà l'esperienza del mistero della madre di Dio, della santa Sophia."Immaginate l'importanza di questa scoperta, dell'importanza del simbolismo religioso nelle culture tradizionali nella mia formazione".Il lingam non è un feticcio: esso non viene venerato in se stesso, e questa è una caratteristica della ierofania. L'oggetto ierofanico mostra qualcosa di altro, trascende la sua materialità e oggettività, in quanto investito di una potenza che lo trasfigura; in forza di ciò non si può parlare di idolatria:"Mai un albero fu adorato unicamente per se stesso, sempre per quel che si “rivelava” per suo mezzo";e neppure si può parlare di panteismo:"Un solo oggetto (o simbolo) indica la presenza della Natura. Non si tratta dunque di un sentimento panteistico, simpatia o adorazione della natura, ma di un sentimento provocato dalla presenza del simbolo (ramo, albero, ecc.) e stimolato dall'attuazione del rito (processioni, lotte, gare, ecc.)"."Sovente, degli esseri, degli oggetti, delle azioni sono “potenti”, hanno del mana, perché traggono la loro “potenza” da un principio che la precede e in un certo senso la fonda: un simbolo (un Essere supremo, un avvenimento mitico, ecc.)".E ancora: "L'efficacia delle pietre non è mai insita in loro; partecipano a un principio o incarnano un simbolo, esprimono una “simpatia” cosmica o traducono un'origine celeste. Queste pietre sono segni di una realtà spirituale diversa, o strumenti di una forza alla quale servono soltanto di ricettacolo".In queste ultime due citazioni abbiamo a che fare con un concetto di simbolo che si discosta in parte, come vedremo, da quello che comunemente utilizza Eliade, ma entrambe indicano quella peculiarità della ierofania che fa di essa ciò che è grazie ad una realtà che trascende quella in cui si viene a trovare l'oggetto investito di sacralità. E questa è la caratteristica principale del simbolo:"I simboli possono rivelare una modalità del reale o una struttura del mondo che non sono evidenti sul piano dell'esperienza immediata. [...] I simboli religiosi [...] svelano il lato miracoloso, inesplicabile della Vita e ad un tempo la dimensione sacramentale dell'esistenza umana".Per la mentalità arcaica, il mondo è un organismo nel quale tutto è collegato. Ogni segno ne richiama altri, e così i diversi piani della realtà comunicano tra loro. Se un solo oggetto indica la natura intera, ciò è dovuto alle caratteristiche del simbolo:"Se il Tutto esiste nell'interno di ciascun frammento significativo, questo [...] avviene [...] perché ogni frammento significativo ripete il Tutto".È allora possibile passare dal piano isolato del simbolo a quello del simbolismo; ed è proprio ciascuno dei suoi elementi che lo riassume e lo evoca interamente; non si può parlare di simbolo che sia isolato:"Non esiste simbolo, emblema o efficienza che sia monovalente o singolarizzato. Tutto è collegato, ogni cosa è legata alle altre, formando un insieme di struttura cosmica".Se ogni simbolo richiama un simbolismo, allora quest'ultimo può essere studiato solo attraverso un esame di tutti i simboli che ne costituiscono la trama:"Ogni simbolismo “fa sistema” e si può realmente comprenderlo soltanto nella misura in cui lo si considera nella totalità delle sue applicazioni particolari".Il motivo per cui il simbolismo non è solo un insieme, ma è un 'sistema' è dato dal fatto che esso, come un organismo vivo,"permette la circolazione, il passaggio, da un livello all'altro, da un modo all'altro, integrando tutti questi livelli e piani, ma senza confonderli. La tendenza a coincidere col Tutto dev'essere intesa come tendenza a integrare il “tutto” in un sistema".Il simbolo non solo richiama una modalità trascendente quella profana, ma fa sì che anche la realtà quotidiana venga trasfigurata:"La multivalenza simbolica di un emblema o di una parola appartenente alle lingue arcaiche ci obbliga continuamente a notare che, per la coscienza che le formò, il mondo si rivelava come un tutto organico".La peculiarità di questo tipo di realtà, nella quale viene compresa e vissuta la forza del simbolo, è che i piani interferiscono tra loro; ad esempio:"La fecondità della donna influisce sulla fecondità dei campi, ma l'abbondanza della vegetazione, a sua volta, aiuta la donna a concepire".L'esempio classico, su cui Eliade torna più volte, è la luna:"La grande importanza della luna nelle mitologie arcaiche, e soprattutto l'integrazione in un unico 'sistema', da parte del simbolismo lunare, di realtà diverse tra loro come la donna, le acque, la vegetazione, il serpente, la fertilità, la morte, la 'ri-nascita', ecc.".Ma qui è da sottolineare quanto non sia un semplice fatto naturale a connettere diverse realtà tra loro, ma un simbolismo, che forma quella rete di collegamenti, grazie alla quale si può parlare giustamente di 'sistema'. È il simbolismo, e non la luna, che fonda la possibilità, ad esempio, di legare la donna alla terra:"Un complesso simbolismo, dalla struttura antropocosmica, associa la donna e la sessualità ai ritmi lunari, alla Terra (assimilata alla matrice) e a ciò che dobbiamo chiamare il 'mistero' della vegetazione".La struttura simbolica di qualsiasi complesso religioso non è cioè una sorta di religione naturalistica, ma trova origine in una intuizione archetipica, pre-razionale, che è alla base della metafisica a struttura platonica della religiosità arcaica; la caduta del simbolismo in una interpretazione esclusivamente 'fattuale' è invece sinonimo di degradazione. A riguardo delle origini del simbolismo della perla, Eliade evidenzia che esse non sono"empiriche, ma teoriche e metafisiche"; tuttavia "questo simbolismo, in seguito, fu interpretato, “vissuto” diversamente, poi degradato fino alle superstizioni e al valore economico-estetico che rappresenta per noi la perla".Anche considerando i rituali della vegetazione, rituali così intimamente connessi ad un certo periodo dell'anno, Eliade riafferma la priorità dell'intuizione metafisica:"La concezione teorica, metafisica, precede l'esperienza concreta e l'avvento della primavera". Infatti, "il simbolo non può essere il riflesso dei ritmi cosmici in quanto fenomeni naturali, in quanto un simbolo rivela sempre qualcosa di più che l'aspetto della vita cosmica che sta a rappresentare":il simbolo, nel pensiero arcaico --fondato sui complessi mitico-rituali e simbolici--, approda ad una metafisica sistematica che ripercorre l'intera vita religiosa. I simboli, i miti, i riti, attraverso diverse modalità, esprimono,"un complesso sistema di affermazioni coerenti sulla realtà ultima delle cose, sistema che può essere considerato come una vera e propria metafisica".Peculiare di questo tipo di metafisica è il basarsi su simboli e non esclusivamente su concetti, come accade nella prassi filosofica comune; è infatti proprio della mentalità primitiva il pensare per simboli, caratteristica che non preclude la possibilità di una logica soggiacente:"Il pensiero arcaico non procede esclusivamente per concetti o elementi concettuali, ma si serve anche e anzitutto di simboli. [...] I simboli vengono “maneggiati” secondo una logica simbolica".Si può quindi parlare di una "logica del simbolo", inseribile a pieno titolo tra i problemi essenzialmente filosofici: la "logica del simbolo esce dal campo della storia delle religioni propriamente detta e si schiera fra i problemi della filosofia". Ma soprattutto la possibilità di vedere nella logica dei simboli una vera e propria ontologia è data dal fatto che, essendo questi di tipo essenzialmente religioso, non possono che riguardare ciò che è il reale per definizione, cioè il sacro e ciò che da esso è investito:"Per i primitivi, i simboli sono sempre religiosi, poiché mirano o a qualcosa di reale, o a una struttura del mondo. Ora, ai livelli arcaici della cultura il reale --cioè il potente, il significativo, il vivente-- equivale al sacro. [...] Per questo i simboli religiosi arcaici implicano una ontologia".Attraverso il simbolo, il mondo diviene trasparente all'uomo e assume ai suoi occhi un significato: quell'universo di significati nel quale è immerso l'uomo delle società in cui il mito è cosa vivente"non è più una massa opaca di oggetti arbitrariamente gettati assieme, ma un Cosmo vivente, articolato e significativo. In ultima analisi, il Mondo si rivela come linguaggio".Un linguaggio che può essere inteso dall'uomo perché è da lui condiviso. Del resto, un'altra caratteristica del simbolo è che esso apre la realtà nella quale agisce; questo vale sia per l'uomo ("L'uomo non si sente rinchiuso nel suo modo d'esistenza; anch'egli è “aperto”, comunica con il Mondo, perché utilizza lo stesso linguaggio: il simbolo"), che per il mondo stesso:"Per il pensiero simbolico, il mondo non è solo “vivo”, è anche “aperto”: un oggetto non è mai semplicemente se stesso (come accade per la coscienza moderna), è anche segno o ricettacolo di qualcos'altro, di una realtà che trascende il livello d'essere dell'oggetto".Il mondo, grazie al simbolo, svela all'uomo la sua apertura verso ciò che lo supera; vi è infatti tutta una serie di simbolismi che, nella varietà dei loro caratteri, sono accomunati dalla stessa descrizione della struttura del mondo:"Le ascensioni rituali al cielo avvengono sempre in un “centro” [...] ogni abitazione umana è una imago mundi [...] tutti questi simboli collegati e complementari presentano, ciascuno nella propria prospettiva, uno stesso significato: l'uomo può trascendere il mondo".Il linguaggio attraverso il quale il mondo si rivela non è equiparabile al linguaggio usuale, quotidiano, perché la realtà di cui esso comunica l'essenza non è quella profana:"Non si tratta di un linguaggio utilitario e oggettivo. Il simbolo non ricalca la realtà oggettiva. Esso rivela qualche cosa di più profondo e di più fondamentale".Infatti abbiamo già detto che la realtà di cui ci parlano i simboli non è quella evidente all'esperienza comune; è invece --per certi versi-- il suo opposto: per esempio, è paradossale:"Forse la funzione più importante del simbolismo religioso (importante, soprattutto per via del ruolo che doveva avere nelle successive speculazioni filosofiche) è la sua capacità di esprimere alcune situazioni paradossali e alcune strutture della realtà ultima, altrimenti impossibili ad esprimere";come è paradossale la ierofania stessa, la quale rivela e cela allo stesso tempo il sacro.La paradossalità è vissuta nella vita dell'uomo attraverso quelle situazioni che lo pongono di fronte ai suoi limiti e ai loro superamenti, e queste sono espresse dal simbolo:"I simboli esprimono generalmente delle situazioni limite; un simbolo ci guida sempre verso il mistero della nascita, dell'amore, della fecondità, del rinnovamento, della morte e della resurrezione, dell'iniziazione, del passaggio da un modo d'essere all'altro, ecc.".Ogni simbolo esprime una situazione limite, e in forza di questo ci è consentito, secondo Eliade, confrontare simboli appartenenti a tradizioni diverse:"Quando, facendo astrazione dalla “storia” che li separa, noi raffrontiamo un simbolo oceaniano a un simbolo dell'Asia settentrionale, ci riteniamo autorizzati a farlo non in quanto entrambi sarebbero il prodotto di una stessa “mentalità infantile”, bensì perché il simbolo, in se stesso, esprime la presa di conoscenza di una situazione-limite".L'uomo, i suoi ostacoli, le sue necessità sono identici ovunque e in ogni tempo: i simboli lo dimostrano. Il simbolismo, comunicandoci la nostra natura paradossale e limitata, ci mette in contatto con la nostra situazione esistenziale:"Lo studio del simbolismo persegue [lo scopo di] decifrare [...] la situazione esistenziale che ne ha reso possibile la costituzione";è questo aspetto che tocca più da vicino la natura umana, facendo sì che essa si senta pienamente coinvolta, chiamata in causa: essa non ha più a che fare con qualcosa che le è esterno, ma che invece la investe totalmente. Anche per questo aspetto, il simbolismo non è oggettivo: così il simbolismo religioso ha un valore esistenziale, infatti"un simbolo allude sempre a una realtà o ad una situazione tale da impegnare l'esistenza umana".È innanzi tutto qui che i simboli si distinguono dai concetti. Il simbolo non solo comunica ma "dà anche un significato all'esistenza umana". Attraverso il simbolismo, l'uomo esce dalla sua contingenza particolare, cosmicizzandosi:"“Vivere” un simbolo e decifrarne correttamente il messaggio implica l'apertura verso lo Spirito e alla fine l'accesso all'universale".Il simbolo ci informa dell'uomo in quanto tale: è questo che sembra significare Eliade quando parla di “situazione esistenziale”, “valore esistenziale”, ecc. Questo tipo di uomo è quello che non è ancora stato degradato dalla storia, dai condizionamenti dei tempi e delle culture: prima di essere storico, l'uomo è simbolico, ed è in quest'ultima modalità che vanno ricercate le strutture più significative e profonde che lo costituiscono:"Il pensiero simbolico [...] è connaturato all'essere umano: precede il linguaggio e il ragionamento discorsivo. [...] Le immagini, i simboli, i miti [...] rispondono a una necessità ed adempiono una funzione importante: mettere a nudo le modalità più segrete dell'essere. Ne consegue che il loro studio ci permette di conoscere meglio l'uomo, l'“uomo tout court”, quello che non è ancora sceso a patti con le condizioni della storia. Ogni essere storico porta con sé una grande parte dell'umanità prima della Storia".Il simbolo non è l'archetipo: non ha quindi una realtà autonoma rispetto alla quale l'uomo non deve far altro che conoscerla e adeguarcisi; giustamente Roberto Scagno, il maggior conoscitore di Eliade in Italia, ha scritto:"Il simbolo non è sostanza metafisica, ma strumento umano di riflessione e comunicazione".È infatti l'uomo l'unico creatore di simboli, oltre che unico fruitore; quindi, a differenza dell'archetipo, "il simbolo appare come una costruzione della psiche". L'uomo si caratterizza per quella particolare facoltà creatrice di simboli che gli è connaturata:"Dato che l'uomo dispone di una facoltà creatrice di simboli (symbol-forming power), tutto ciò che compie è simbolico".Si tratta quindi di una facoltà continuamente attiva, in forza della quale Eliade può parlare dell'uomo come homo symbolicus; infatti"i simboli non scompaiono mai dall'attualità psichica".Se ogni attività umana implica un simbolismo, allora anche "ogni fatto religioso avrà necessariamente un carattere simbolico". Vi è poi un circolo vizioso --anzi, eliadianamente virtuoso-- per il quale anche il fatto religioso stesso, simbolico in quanto proprio dell'uomo, porta quest'ultimo ad interpretarsi come simbolo, esperienza esistenziale che gli consente di sentirsi parte di quella rete di simboli per eccellenza che è l'universo:"L'esperienza magico-religiosa permette la trasformazione dell'uomo stesso in simbolo. [...] L'uomo non sente più di essere un frammento impermeabile, è invece un Cosmo vivo, aperto a tutti gli altri Cosmi vivi che lo circondano".In quanto dato immediato della coscienza, il simbolismo "determina sia l'attività del [...] subcosciente [dell'uomo], sia le più nobili espressioni della sua vita spirituale".Eliade considera gli archetipi influenti, oltre che sulla vita spirituale, anche su quella subcosciente. Essendo l'attività dei simboli anche inconscia, ed essendo l'uomo il produttore di simboli, anche in un periodo non religioso come quello moderno si può continuare a parlare di un uomo che, seppur profano,"rimanendo uomo, produce ugualmente simboli; si tratta però di simboli degradati, che, non essendo consapevolmente riconosciuti, non possono svolgere pienamente la loro funzione. Solo il simbolo religioso è vissuto coscientemente, nella pienezza del suo significato".Se il vero significato del simbolo lo si può cogliere solo attraverso la sua comprensione religiosa, anche qui si riscontra una equivalenza con l'analisi eliadiana degli archetipi: questi ultimi hanno la loro sede propria nel transconscio, e anche i simboli, per la loro logica che è altra rispetto a quella propria della ragione (ricordiamo che il simbolismo per Eliade è l'opposto del razionalismo), rimandano a quel centro psichico che permette all'uomo religioso di vivere una vita pienamente regolata ai paradigmi divini. Compresa la logica del simbolo solo retoricamente si può porre la seguente domanda: "determinate zone dell'inconscio individuale o collettivo sono dominate, a loro volta, dal logos, oppure ci troviamo davanti a manifestazioni di un transconscio?".Simbolo e ierofania assolvono entrambi allo stesso compito: infatti modificano la consistenza ontologica della realtà che investono. Se la ierofania è "ciò che mostra il sacro", allora la sua dialettica paradossale consiste proprio nell'indicare, ad esempio, un oggetto come la sede del sacro: il finito diventa infinito, pur mantenendo le sue proprietà. L'oggetto quindi si trasforma in qualcosa di altro, pur rimanendo tale. Un analogo discorso si può fare anche nei riguardi del simbolo:"La sua funzione resta invariabile: trasformare un oggetto o un atto in qualche cosa di diverso da quel che sono nella prospettiva dell'esperienza profana".In questo senso, il simbolo non è altro che la naturale continuazione della rivelazione ierofanica:"Il simbolo prolunga la dialettica della ierofania: tutto quel che non è direttamente consacrato da una ierofania, diventa sacro grazie alla sua partecipazione a un simbolo".Se la ierofania si ferma nel rivelare il sacro in un sasso, in una persona, in un gesto, ecc., il simbolo ha in sé la capacità di riepilogare il Cosmo intero, attraverso un'infinità di collegamenti con altri simboli: questo fa sì che, come abbiamo già visto, ogni simbolo si richiami al simbolismo di cui fa parte. Attraverso le ierofanie, l'esperienza religiosa si frammenta in una infinita discontinuità; invece "il simbolismo tradisce il bisogno dell'uomo di prolungare all'infinito la ierofanizzazione del Mondo". Grazie ad esso, traspare all'uomo "una tendenza a identificare questa ierofania col complesso dell'Universo". Se la storia delle religioni è essenzialmente storia delle ierofanie, l'esperienza religiosa, se vuole accedere a quella visione mistica della realtà caratteristica di chi vede ovunque il sacro, deve inserirsi in un simbolismo che permetta di non arrestarsi alle ierofanie, che realizzano e giustificano la differenza ontologica tra sacro e profano, ma che consenta di superarle grazie a una trasfigurazione dello stesso profano. "Per la mentalità arcaica, natura e simbolo coesistono". Nell'esperienza mistica, la natura è tutta divina, tutto è archetipo, tutto ierofania, non esiste più sopra e sotto:"Per i “primitivi” in genere non esiste una differenza netta fra “naturale” e “sovrannaturale”, fra oggetto empirico e simbolo. Un oggetto diviene “se stesso” (cioè incorpora un valore) nella misura in cui riproduce un archetipo, ecc.".Il profano può aspirare ad una sorta di realtà solo in quanto traccia del sacro; questo gli è possibile unicamente grazie al simbolo, che rende evidente la complementarità tra sacro e profano, attraverso la quale il simbolismo si estende sulla totalità del reale. Perciò è da evitare il"credere che il simbolismo si riferisca unicamente alle realtà “spirituali”. Per il pensiero arcaico una separazione del genere tra lo “spirituale” e il “materiale” non ha senso: i due piani sono complementari".Ma questa distinzione tra la capacità onnicomprensiva del simbolo e la frammentazione del sacro attraverso le ierofanie non deve però condurci a contrapporre, per così dire, una "interpretazione ierofanica" a una "interpretazione simbolistica": il sacro, infatti, per sua essenza, cerca la sua massima rivelazione nella realtà. E questo tentativo non può che esplicitarsi nelle stesse ierofanie, che sono la sua originaria manifestazione: così "la massima parte delle ierofanie sono atte a diventare simboli". Le ierofanie divengono a volte simboli, ma anche i simboli diventano ierofanie: ciò è forse ancor più inevitabile. Del resto ierofania è tutto ciò che rivela il sacro; allora anche il simbolo dovrà avere carattere ierofanico. Infatti, grazie ad esso, ci sono rivelate diverse sfere della realtà sacra, che altrimenti --cioè rimanendo sul piano delle ierofanie pure-- ci rimarrebbero oscure. Per questo,"il simbolo [...], all'occorrenza, è esso stesso una ierofania, cioè [...] rivela una realtà sacra o cosmologica che nessun'altra “manifestazione” è capace di rivelare".Ogni ierofania è per altro parte di un simbolismo coerente all'interno del quale riceve il suo più vero significato, grazie al fatto che proprio di quest'ultimo è la capacità di comunicare il sacro nel modo più estensivo possibile, rendendo del tutto espliciti l'insieme dei significati che in ogni ierofania sono a volte solo accennati e frammentati: i"diversi simbolismi possono con ragione considerarsi “sistemi” autonomi, nella misura in cui manifestano più chiaramente, più totalmente e con coerenza superiore quel che le ierofanie manifestano in modo particolare, locale, successivo".Perciò ogni ierofania va interpretata, quando è possibile, all'interno del sistema simbolico di cui fa parte, per coglierne il significato profondo. Certo, come il simbolo, anche il simbolismo non è una realtà oggettivamente constatabile (il "simbolismo acquatico non è manifestato in nessun luogo in modo concreto, non ha “sostegno”, è formato da un insieme di simboli interdipendenti e integrabili in un sistema; nondimeno è reale"), ma è quella costruzione teorica che è compito dello storico delle religioni rilevare, affinché in ogni fatto religioso sia esplicito il fascio di significati e la serie di legami con altre sfere del sacro in esso contenute: questa costruzione è possibile perché"un simbolo rivela sempre [...] l'unità fondamentale di parecchie zone del reale. [...]; d'altra parte gli oggetti, diventando simboli, cioè segni di una realtà trascendente, annullano i loro limiti concreti, cessano di essere frammenti isolati, per integrarsi in un sistema".Il simbolo, oltre a richiamare altri simboli, riceve in sé i sempre nuovi significati di cui la storia lo investe nelle diverse tradizioni religiose:"Il simbolo è sempre aperto. [...] L'interpretazione non è mai conclusa".Consideriamo, ad esempio, il simbolo dell'albero. Quest'ultimo rappresenta il Cosmo, nella sua inesauribile rigenerazione, simbolo a sua volta dell'eternità: allora,"l'albero-Cosmo può per questo diventare, su di un altro livello, albero della “Vita-senza-morte”". Ma la vita eterna, nella metafisica arcaica, vuole significare la realtà assoluta, e dunque "l'albero diventa il simbolo di questa realtà (“il centro del mondo”)".Sarà allora obbligatoria a chiunque voglia conoscere il significato di un qualsiasi simbolo religioso, compararne i diversi contenuti nelle varie tradizioni e anche in una stessa storia religiosa:"Un simbolo resta vuoto di senso, se non si analizza un numero molto grande di varianti. Ora, tra queste non esiste, talvolta, alcuna contiguità storica e ciò rende ancora più difficile il lavoro d'interpretazione".Il simbolismo che si ricaverà da questo approccio comparativo sarà necessariamente trans-culturale, trans-storico, nella certezza che, secondo l'impostazione eliadiana, la coerenza non potrà mai essere contraddetta, in forza di quei principi paradigmatici che sempre e comunque si rivelano identici a se stessi nel loro significato più profondo:"È in una prospettiva totale che racchiude la totalità delle culture che dobbiamo giudicare la fecondità di un simbolismo il quale esprime le strutture della vita cosmica e contemporaneamente rende intelligibile il modo di essere dell'uomo nel mondo".La comparazione però non si spinge fino all'appiattimento di qualsiasi significato ad un unicum: se da una parte, l'analisi delle diverse interpretazioni dello stesso simbolo ci indicano il suo valore archetipico, dall'altra essa sola ci consente di valutare correttamente e mettere in risalto quelle differenze ineliminabili dovute alla storia, all'ideologia religiosa di cui esso fa parte, ecc.:"La struttura di un simbolismo si lascia decifrare completamente solo quando si è analizzato un notevole numero di esempi. [...] Solo dopo aver esaminato tutte le varianti, la diversità del significato di ognuna vien bene in rilievo".Così Eliade riassume la sua posizione rispetto alla comparazione tra i simboli:"Si cerca di ricostruire il significato simbolico di fatti religiosi in apparenza eterogenei ma strutturalmente collegati [...]. Un tale procedimento non implica la riduzione di tutti i significati a un comune denominatore. Non si potrà insistere mai abbastanza sul fatto che la ricerca sulle strutture simboliche è un lavoro, non di riduzione ma di integrazione. Si paragonano e si confrontano due espressioni di uno stesso simbolo non per ridurle a una forma unica preesistente, ma per scoprire il processo grazie al quale una struttura può arricchirsi di nuovi significati".In che senso 'può arricchirsi di nuovi significati'? Il significato permane al di là della mutevolezza dei significanti. Ma, oltre che permanere, viene maggiormente inteso, sempre più profondamente vissuto: il motivo è la dialettica caratteristica del sacro, che fa sì che esso non smetta mai di manifestarsi, cercando sempre nuove ierofanie, nel tentativo di totalizzarsi nell'intera realtà. A tale riguardo, sembra esservi a volte in Eliade una sorta di "evoluzionismo ierofanico":"Le innumerevoli nuove manifestazioni del sacro ripetono [...] altre innumerevoli manifestazioni di esso già contenute [...] nel [...] passato, nella [...] “storia”: ma è parimenti vero che l'esistenza di questa storia non giunge fino a paralizzare la spontaneità delle ierofanie: una rivelazione più completa del sacro resta sempre possibile, in qualsiasi momento".Come nelle ierofanie, anche nei simboli, se da una parte il fascio di significati in essi contenuti sembra rifarsi al piano degli archetipi, dall'altra parte il vero senso del simbolo, la sua pienezza teoretica si rende evidente --a volte-- solo nella sua maturità:"Il senso ultimo di certi simboli si manifesta soltanto nella loro “maturità”, cioè quando si considera la loro funzione nelle operazioni più complesse dello spirito".Si può dunque parlare anche di “evoluzionismo simbolico”, che comunque è un tutt'uno con la dialettica delle ierofanie, in quanto riconducibili entrambi in quella carica intrinseca del sacro per cui esso cerca di rivelarsi nel modo più aperto possibile. Questo tipo di evoluzionismo il più delle volte si presenta non solo come evoluzionismo metafisico, ma anche come evoluzionismo storico: ad esempio, l'ontofania del sasso cultuale "può modificare la sua “forma” nel corso della storia; lo stesso sasso", se prima mostrava semplicemente che il sacro è cosa diversa dall'ambiente circostante, che, simile alla roccia, il sacro “è” di carattere assoluto, "potrà essere venerato, più tardi, non per quanto rivela in modo immediato (non più come ierofania elementare), ma perché è integrato in uno spazio sacro (tempio, altare, ecc.) o perché è considerato l'epifania di un dio, ecc.".Si tratta però di un evoluzionismo molto particolare: a volte cioè sembra che un'immagine, un simbolo, siano naturalmente portati a includere certi significati, e che se essi diverranno espliciti solo da un certo momento storico, ciò comunque vorrà dire che non potevano che essere contenuti in quel particolare simbolo, e non in altri: per esempio, la rivelazione portata dalla fede (l''invenzione' del giudaismo), "non distruggeva i significati “primari” delle Immagini, ma si limitava semplicemente ad aggiungere ad esse un nuovo valore"; resta però sempre vero che"ogni nuova messa in valore è sempre stata condizionata dalla struttura stessa dell'Immagine, a tal punto che di un'Immagine si può dire che essa attende che il suo significato si compia".Più spesso invece Eliade, facendosi aiutare dai risultati della psicologia del profondo, indica la totalità dei significati residente da sempre nel simbolo: alcuni sarebbero vissuti in modo cosciente, altri in modo incosciente, ma tutti assolverebbero alla loro funzione nella vita spirituale dell'uomo. Nella conclusione di un articolo sul simbolismo religioso Eliade si chiede se i 'significati superiori' dei simboli, espliciti nella piena maturità di questi ultimi, non fossero già impliciti, quindi almeno in vago modo percepiti anche dagli uomini appartenenti alle culture più arcaiche. Il problema è assai arduo, perché --continua Eliade-- il simbolo agisce all'interno di tutta la struttura psichica: quindi il messaggio di un simbolo non si può circoscriverlo ai significati di cui si è coscienti. Quindi abbiamo a che fare con due conseguenze:"1) Se a un certo punto della storia un simbolo religioso ha potuto esprimere con chiarezza un significato trascendente, si è autorizzati a supporre che in un'epoca anteriore questo significato ha potuto essere oscuramente presentito"; inoltre, come avevamo avuto già modo di rilevare, "2) per decifrare un simbolo religioso, non basta prendere in considerazione tutti i suoi contesti, bisogna anche, e soprattutto, riflettere sui significati che esso ha avuto in quella che si potrebbe chiamare la sua “maturità”".In Eliade dunque il cosiddetto 'terrore della storia', su cui lo studioso romeno spesso si è soffermato, coesiste con una sotterranea consapevolezza della positività del procedere storico, nel senso di portatore di nuovi valori, nella sempre nuova e sempre più matura interpretazione dei simboli. La sua idea secondo la quale sarebbe la religiosità cosmica immanente al mondo a informare l'uomo della sua situazione esistenziale, fa sì che egli tenti di limitare di molto tutti quei valori religiosi che invece vengono comunicati attraverso la storia: i simboli derivanti, in certo modo, dalla storia sono dichiarati come"molto meno frequenti dei simboli a struttura cosmica o di quelli che si riferiscono alla condizione umana".Eliade si dichiara disinteressato a ciò che può costituire la storia di un simbolo; il suo Trattato ne è l'esempio classico. Spesso dichiara che se si dovrà fare una storia delle religioni, prima sarà necessario comprendere da dentro le strutture e i significati delle diverse esperienze religiose:"Il problema della “storia” dei motivi interessa la nostra ricerca soltanto in via sussidiaria. [...] Quel che ci interessa per ora è di sapere quale fu la funzione religiosa".Per altro verso, anche quei simboli che provengono da una storia recente, sistematizzatori di quelle nuove acquisizioni che l'uomo ha avuto --per esempio, nell'ambito della tecnica-- sono diventati simboli religiosi grazie alla loro funzione di creatori di cultura. Se una parte di realtà è fondata dal simbolo in un certo periodo storico, allora esso, rivestito del suo carattere sacro (in quanto solo il sacro è reale e il reale è tale in quanto rimanda al sacro), esce dal tempo, portandosi nella sua sede originaria, cioè nell'illud tempus:"Certi simboli legati a fatti recenti di cultura, pur essendo situati nel tempo storico sono divenuti simboli religiosi per aver contribuito a “fondare il mondo”, nel senso da permettere a nuovi mondi rivelati dall'agricoltura, dall'addomesticamento degli animali, dalla regalità, di “parlare”, di rivelarsi agli uomini, svelando nello stesso punto nuove situazioni umane. In altre parole, i simboli legati a fasi recenti di cultura si sono costituiti allo stesso modo dei simboli più arcaici, cioè come il risultato di tensioni esistenziali e di assunzioni totali del mondo. Quale pur sia la storia di un simbolo religioso, la sua funzione è sempre la stessa".In questa ermeneutica del simbolo, ogni documento costituisce un prezioso elemento: l'eterogeneità dei significati compresi in un simbolo ci è evidente anche dalla diversificazione delle fonti di cui disponiamo: le diverse provenienze e i diversi contenuti dei documenti sono da considerare"indispensabili, non soltanto per ricostruire la storia di una ierofania, ma anzitutto perché concorrono a costruire le modalità del sacro rivelate attraverso questa ierofania".Tale eterogeneità dei documenti è indispensabile non solo per una completa comprensione del simbolo, ma anche per una più generale morfologia del sacro: in essa, simbolo, mito e rito devono essere gli imprescindibili strumenti di lavoro dello storico delle religioni. Infatti ognuno di questi generi di documenti mostra regioni del sacro di cui gli altri non partecipano o partecipano solo in maniera implicita e nascosta: solo essi, presi insieme, possono"rivelarci tutte le modalità del sacro, perché un simbolo o un mito lasciano trasparire nettamente le modalità che un rito non può manifestare, che nel rito sono solo implicite",così come anche "un simbolo non potrà mai rivelare tutto quel che rivela il rito". Il mondo (e il sacro in esso presente tramite la dialettica delle ierofanie) comunica la sua struttura profonda all'uomo attraverso questa triade di filtri:"Attraverso i simboli il mondo [...] si “rivela”" e "tramite il mito e il rito “il mondo 'parla' all'uomo”"." Navigando su internet ho trovato un saggio di grande interesse sul simbolo in Mircea Eliade e lo riporto integralmente di seguito, ritenendo che davvero valga la pena per tutti gli appassionati di simbolismo di leggerlo."IL SIMBOLO IN MIRCEA ELIADEdi Gianfranco Bertagni - borsista presso l'Accademia dei LinceiSommario - Una delle principali scoperte che Mircea Eliade fa nel suo periodo indiano è l'importanza del simbolo. L'articolo presenta la teoria eliadiana del simbolo, elemento mediano tra il sacro e l'uomo. Particolare rilevanza riveste il 'sistema simbolico' all'interno del quale ogni simbolo agisce e senza il quale questo perde il suo più profondo significato; e ancora l'“evoluzionismo simbolico” che sembra a volte presentarsi nell'opera eliadiana. Da sottolineare inoltre l'operatività nascosta del simbolo, agente nella totalità della struttura psichica dell'uomo, e quindi non solo nella parte cosciente. Solo grazie al simbolo e al simbolismo all'uomo è permessa un'esperienza religiosa totale, nella quale il sacro sia “ovunque e in nessun luogo”. Dopo il conseguimento della laurea in filosofia, il giovane Mircea Eliade il 20 novembre del 1928 parte per l'India. Vi permarrà per tre anni, e grazie al patrocinio del maharaja Manindra Chandra Nandy di Kassimbazar, potrà godere di una borsa di studio che gli permetterà di penetrare i segreti della lingua sanscrita e della filosofia indiana, sotto l'ammaestramento del professor Surendranath Dasgupta. Cinquant'anni dopo, Eliade, in un'intervista con Claude-Henri Rocquet, ricordò l'importanza della sua esperienza indiana, nella quale venne a contatto con tre aspetti della spiritualità che saranno tra gli assunti metodologici del futuro storico delle religioni romeno. Egli scoprì quel tentativo tipico della religiosità indiana che consiste nel trasfigurare la vita dell'uomo in un'esperienza sacramentale. Per Eliade, del resto, l'esperienza religiosa tende alla santificazione dell'intera realtà; soprattutto l'uomo appartenente alle società arcaiche riusciva --secondo lo studioso romeno-- a realizzare in qualsiasi ambito della sua vita (personale e sociale) una coesistenza tra il suo essere e la sfera del sacro, che lo proiettava in una situazione in cui realtà metafisica e libertà sono un tutt'uno:gli "atti elementari diventano, per il “primitivo”, un rito; la sua mediazione aiuta l'uomo ad avvicinare la realtà, a inserirsi nell'ontico, liberandosi dagli automatismi (privi di contenuto e di significato) del divenire, del “profano”, del nulla".Questo tipo di uomo era tale nella misura in cui non era naturale, inserito invece nella pienezza della realtà, realtà che per Eliade significa sacro, ontico. Inoltre, nella tipica contrapposizione eliadiana tra sacro e storia, se quest'ultima"è sempre una caduta del sacro, [...] [esso] non cessa di manifestarsi, e in ogni sua nuova manifestazione riafferma la sua originaria tendenza a rivelarsi totalmente e perfettamente".Quindi il sacro si manifesta, ma soprattutto, continua a manifestarsi nelle più diverse forme, in forza della sua inesauribilità; ogni teofania, ogni cratofania, ogni ierofania indica il sacro, ma nello stesso tempo lo limita, indica cioè che quello che essa mostra non è il sacro originario. Appunto per questo, secondo Eliade, ogni esperienza religiosa tende, per sua natura, alla mistica, cioè ad un'esperienza spirituale totale e totalizzante:"Un'esperienza religiosa totale [...], se riesce, porta all'esperienza mistica assoluta, che scopre e identifica il sacro dovunque e in nessun luogo nell'Universo". Eliade scopre, nella sua permanenza in India, anche l'importanza dell'uomo neolitico nelle successive fasi culturali dell'umanità. Quegli archetipi antichissimi, originari delle spiritualità arcaiche dei popoli, tornano con nuovi nomi anche nelle tradizioni religiose ad esse posteriori. Una volta conosciuto il mondo degli archetipi, l'uomo non potrà mai liberarsene; egli potrà viverlo ritualmente attraverso la riattualizzazione dei miti e la trasfigurazione del tempo profano in tempo sacro, potrà esserne contemporaneo grazie alla ripetizione dei gesti degli esseri soprannaturali per dare valore alle sue attività quotidiane, come potrà ritrovarli inconsciamente nella nostra epoca secolarizzata grazie ai sogni, alle opere artistiche o in quelle situazioni oggi desacralizzate ma originariamente religiose; in ogni caso, le intuizioni del mondo arcaico sopravvivono in ogni epoca:"L'uomo potrebbe sfuggire da ogni cosa, meno che dalle sue intuizioni archetipiche, create nel momento in cui ha preso coscienza della sua posizione nel Cosmo. [...] La spiritualità arcaica, così come l'abbiamo decifrata, assetata di ontico, continua fino ai giorni nostri".Ma Eliade in India fa anche una scoperta che non meno di queste sarà fondamentale all'interno della sua teoria morfologica delle religioni. Eliade scopre il significato del simbolo. Nella sua intervista a Rocquet racconta come in Romania, prima della sua esperienza indiana, non si sentisse affatto attratto dalla vita religiosa, come interpretasse le icone che riempivano le chiese di Bucarest quasi alla stregua di idoli:"Ebbene, in India mi è capitato di vivere in un villaggio di Bengala e ho visto delle donne e delle ragazze che accarezzavano e decoravano un lingam, un simbolo fallico".E capì allora il senso del simbolo, in quel caso del lingam. Quest'ultimo voleva dire molte cose: l'origine della vita, della creatività, della fertilità cosmiche; si trattava dell'epifania di Siva."Allora questa possibilità di provare un'emozione religiosa in virtù dell'immagine e del simbolo, mi ha rivelato tutto un mondo di valori spirituali".E allora anche davanti ad un'icona il credente non vedrà semplicemente l'immagine di una donna con un bambino, ma vivrà l'esperienza del mistero della madre di Dio, della santa Sophia."Immaginate l'importanza di questa scoperta, dell'importanza del simbolismo religioso nelle culture tradizionali nella mia formazione".Il lingam non è un feticcio: esso non viene venerato in se stesso, e questa è una caratteristica della ierofania. L'oggetto ierofanico mostra qualcosa di altro, trascende la sua materialità e oggettività, in quanto investito di una potenza che lo trasfigura; in forza di ciò non si può parlare di idolatria:"Mai un albero fu adorato unicamente per se stesso, sempre per quel che si “rivelava” per suo mezzo";e neppure si può parlare di panteismo:"Un solo oggetto (o simbolo) indica la presenza della Natura. Non si tratta dunque di un sentimento panteistico, simpatia o adorazione della natura, ma di un sentimento provocato dalla presenza del simbolo (ramo, albero, ecc.) e stimolato dall'attuazione del rito (processioni, lotte, gare, ecc.)"."Sovente, degli esseri, degli oggetti, delle azioni sono “potenti”, hanno del mana, perché traggono la loro “potenza” da un principio che la precede e in un certo senso la fonda: un simbolo (un Essere supremo, un avvenimento mitico, ecc.)".E ancora: "L'efficacia delle pietre non è mai insita in loro; partecipano a un principio o incarnano un simbolo, esprimono una “simpatia” cosmica o traducono un'origine celeste. Queste pietre sono segni di una realtà spirituale diversa, o strumenti di una forza alla quale servono soltanto di ricettacolo".In queste ultime due citazioni abbiamo a che fare con un concetto di simbolo che si discosta in parte, come vedremo, da quello che comunemente utilizza Eliade, ma entrambe indicano quella peculiarità della ierofania che fa di essa ciò che è grazie ad una realtà che trascende quella in cui si viene a trovare l'oggetto investito di sacralità. E questa è la caratteristica principale del simbolo:"I simboli possono rivelare una modalità del reale o una struttura del mondo che non sono evidenti sul piano dell'esperienza immediata. [...] I simboli religiosi [...] svelano il lato miracoloso, inesplicabile della Vita e ad un tempo la dimensione sacramentale dell'esistenza umana".Per la mentalità arcaica, il mondo è un organismo nel quale tutto è collegato. Ogni segno ne richiama altri, e così i diversi piani della realtà comunicano tra loro. Se un solo oggetto indica la natura intera, ciò è dovuto alle caratteristiche del simbolo:"Se il Tutto esiste nell'interno di ciascun frammento significativo, questo [...] avviene [...] perché ogni frammento significativo ripete il Tutto".È allora possibile passare dal piano isolato del simbolo a quello del simbolismo; ed è proprio ciascuno dei suoi elementi che lo riassume e lo evoca interamente; non si può parlare di simbolo che sia isolato:"Non esiste simbolo, emblema o efficienza che sia monovalente o singolarizzato. Tutto è collegato, ogni cosa è legata alle altre, formando un insieme di struttura cosmica".Se ogni simbolo richiama un simbolismo, allora quest'ultimo può essere studiato solo attraverso un esame di tutti i simboli che ne costituiscono la trama:"Ogni simbolismo “fa sistema” e si può realmente comprenderlo soltanto nella misura in cui lo si considera nella totalità delle sue applicazioni particolari".Il motivo per cui il simbolismo non è solo un insieme, ma è un 'sistema' è dato dal fatto che esso, come un organismo vivo,"permette la circolazione, il passaggio, da un livello all'altro, da un modo all'altro, integrando tutti questi livelli e piani, ma senza confonderli. La tendenza a coincidere col Tutto dev'essere intesa come tendenza a integrare il “tutto” in un sistema".Il simbolo non solo richiama una modalità trascendente quella profana, ma fa sì che anche la realtà quotidiana venga trasfigurata:"La multivalenza simbolica di un emblema o di una parola appartenente alle lingue arcaiche ci obbliga continuamente a notare che, per la coscienza che le formò, il mondo si rivelava come un tutto organico".La peculiarità di questo tipo di realtà, nella quale viene compresa e vissuta la forza del simbolo, è che i piani interferiscono tra loro; ad esempio:"La fecondità della donna influisce sulla fecondità dei campi, ma l'abbondanza della vegetazione, a sua volta, aiuta la donna a concepire".L'esempio classico, su cui Eliade torna più volte, è la luna:"La grande importanza della luna nelle mitologie arcaiche, e soprattutto l'integrazione in un unico 'sistema', da parte del simbolismo lunare, di realtà diverse tra loro come la donna, le acque, la vegetazione, il serpente, la fertilità, la morte, la 'ri-nascita', ecc.".Ma qui è da sottolineare quanto non sia un semplice fatto naturale a connettere diverse realtà tra loro, ma un simbolismo, che forma quella rete di collegamenti, grazie alla quale si può parlare giustamente di 'sistema'. È il simbolismo, e non la luna, che fonda la possibilità, ad esempio, di legare la donna alla terra:"Un complesso simbolismo, dalla struttura antropocosmica, associa la donna e la sessualità ai ritmi lunari, alla Terra (assimilata alla matrice) e a ciò che dobbiamo chiamare il 'mistero' della vegetazione".La struttura simbolica di qualsiasi complesso religioso non è cioè una sorta di religione naturalistica, ma trova origine in una intuizione archetipica, pre-razionale, che è alla base della metafisica a struttura platonica della religiosità arcaica; la caduta del simbolismo in una interpretazione esclusivamente 'fattuale' è invece sinonimo di degradazione. A riguardo delle origini del simbolismo della perla, Eliade evidenzia che esse non sono"empiriche, ma teoriche e metafisiche"; tuttavia "questo simbolismo, in seguito, fu interpretato, “vissuto” diversamente, poi degradato fino alle superstizioni e al valore economico-estetico che rappresenta per noi la perla".Anche considerando i rituali della vegetazione, rituali così intimamente connessi ad un certo periodo dell'anno, Eliade riafferma la priorità dell'intuizione metafisica:"La concezione teorica, metafisica, precede l'esperienza concreta e l'avvento della primavera". Infatti, "il simbolo non può essere il riflesso dei ritmi cosmici in quanto fenomeni naturali, in quanto un simbolo rivela sempre qualcosa di più che l'aspetto della vita cosmica che sta a rappresentare":il simbolo, nel pensiero arcaico --fondato sui complessi mitico-rituali e simbolici--, approda ad una metafisica sistematica che ripercorre l'intera vita religiosa. I simboli, i miti, i riti, attraverso diverse modalità, esprimono,"un complesso sistema di affermazioni coerenti sulla realtà ultima delle cose, sistema che può essere considerato come una vera e propria metafisica".Peculiare di questo tipo di metafisica è il basarsi su simboli e non esclusivamente su concetti, come accade nella prassi filosofica comune; è infatti proprio della mentalità primitiva il pensare per simboli, caratteristica che non preclude la possibilità di una logica soggiacente:"Il pensiero arcaico non procede esclusivamente per concetti o elementi concettuali, ma si serve anche e anzitutto di simboli. [...] I simboli vengono “maneggiati” secondo una logica simbolica".Si può quindi parlare di una "logica del simbolo", inseribile a pieno titolo tra i problemi essenzialmente filosofici: la "logica del simbolo esce dal campo della storia delle religioni propriamente detta e si schiera fra i problemi della filosofia". Ma soprattutto la possibilità di vedere nella logica dei simboli una vera e propria ontologia è data dal fatto che, essendo questi di tipo essenzialmente religioso, non possono che riguardare ciò che è il reale per definizione, cioè il sacro e ciò che da esso è investito:"Per i primitivi, i simboli sono sempre religiosi, poiché mirano o a qualcosa di reale, o a una struttura del mondo. Ora, ai livelli arcaici della cultura il reale --cioè il potente, il significativo, il vivente-- equivale al sacro. [...] Per questo i simboli religiosi arcaici implicano una ontologia".Attraverso il simbolo, il mondo diviene trasparente all'uomo e assume ai suoi occhi un significato: quell'universo di significati nel quale è immerso l'uomo delle società in cui il mito è cosa vivente"non è più una massa opaca di oggetti arbitrariamente gettati assieme, ma un Cosmo vivente, articolato e significativo. In ultima analisi, il Mondo si rivela come linguaggio".Un linguaggio che può essere inteso dall'uomo perché è da lui condiviso. Del resto, un'altra caratteristica del simbolo è che esso apre la realtà nella quale agisce; questo vale sia per l'uomo ("L'uomo non si sente rinchiuso nel suo modo d'esistenza; anch'egli è “aperto”, comunica con il Mondo, perché utilizza lo stesso linguaggio: il simbolo"), che per il mondo stesso:"Per il pensiero simbolico, il mondo non è solo “vivo”, è anche “aperto”: un oggetto non è mai semplicemente se stesso (come accade per la coscienza moderna), è anche segno o ricettacolo di qualcos'altro, di una realtà che trascende il livello d'essere dell'oggetto".Il mondo, grazie al simbolo, svela all'uomo la sua apertura verso ciò che lo supera; vi è infatti tutta una serie di simbolismi che, nella varietà dei loro caratteri, sono accomunati dalla stessa descrizione della struttura del mondo:"Le ascensioni rituali al cielo avvengono sempre in un “centro” [...] ogni abitazione umana è una imago mundi [...] tutti questi simboli collegati e complementari presentano, ciascuno nella propria prospettiva, uno stesso significato: l'uomo può trascendere il mondo".Il linguaggio attraverso il quale il mondo si rivela non è equiparabile al linguaggio usuale, quotidiano, perché la realtà di cui esso comunica l'essenza non è quella profana:"Non si tratta di un linguaggio utilitario e oggettivo. Il simbolo non ricalca la realtà oggettiva. Esso rivela qualche cosa di più profondo e di più fondamentale".Infatti abbiamo già detto che la realtà di cui ci parlano i simboli non è quella evidente all'esperienza comune; è invece --per certi versi-- il suo opposto: per esempio, è paradossale:"Forse la funzione più importante del simbolismo religioso (importante, soprattutto per via del ruolo che doveva avere nelle successive speculazioni filosofiche) è la sua capacità di esprimere alcune situazioni paradossali e alcune strutture della realtà ultima, altrimenti impossibili ad esprimere";come è paradossale la ierofania stessa, la quale rivela e cela allo stesso tempo il sacro.La paradossalità è vissuta nella vita dell'uomo attraverso quelle situazioni che lo pongono di fronte ai suoi limiti e ai loro superamenti, e queste sono espresse dal simbolo:"I simboli esprimono generalmente delle situazioni limite; un simbolo ci guida sempre verso il mistero della nascita, dell'amore, della fecondità, del rinnovamento, della morte e della resurrezione, dell'iniziazione, del passaggio da un modo d'essere all'altro, ecc.".Ogni simbolo esprime una situazione limite, e in forza di questo ci è consentito, secondo Eliade, confrontare simboli appartenenti a tradizioni diverse:"Quando, facendo astrazione dalla “storia” che li separa, noi raffrontiamo un simbolo oceaniano a un simbolo dell'Asia settentrionale, ci riteniamo autorizzati a farlo non in quanto entrambi sarebbero il prodotto di una stessa “mentalità infantile”, bensì perché il simbolo, in se stesso, esprime la presa di conoscenza di una situazione-limite".L'uomo, i suoi ostacoli, le sue necessità sono identici ovunque e in ogni tempo: i simboli lo dimostrano. Il simbolismo, comunicandoci la nostra natura paradossale e limitata, ci mette in contatto con la nostra situazione esistenziale:"Lo studio del simbolismo persegue [lo scopo di] decifrare [...] la situazione esistenziale che ne ha reso possibile la costituzione";è questo aspetto che tocca più da vicino la natura umana, facendo sì che essa si senta pienamente coinvolta, chiamata in causa: essa non ha più a che fare con qualcosa che le è esterno, ma che invece la investe totalmente. Anche per questo aspetto, il simbolismo non è oggettivo: così il simbolismo religioso ha un valore esistenziale, infatti"un simbolo allude sempre a una realtà o ad una situazione tale da impegnare l'esistenza umana".È innanzi tutto qui che i simboli si distinguono dai concetti. Il simbolo non solo comunica ma "dà anche un significato all'esistenza umana". Attraverso il simbolismo, l'uomo esce dalla sua contingenza particolare, cosmicizzandosi:"“Vivere” un simbolo e decifrarne correttamente il messaggio implica l'apertura verso lo Spirito e alla fine l'accesso all'universale".Il simbolo ci informa dell'uomo in quanto tale: è questo che sembra significare Eliade quando parla di “situazione esistenziale”, “valore esistenziale”, ecc. Questo tipo di uomo è quello che non è ancora stato degradato dalla storia, dai condizionamenti dei tempi e delle culture: prima di essere storico, l'uomo è simbolico, ed è in quest'ultima modalità che vanno ricercate le strutture più significative e profonde che lo costituiscono:"Il pensiero simbolico [...] è connaturato all'essere umano: precede il linguaggio e il ragionamento discorsivo. [...] Le immagini, i simboli, i miti [...] rispondono a una necessità ed adempiono una funzione importante: mettere a nudo le modalità più segrete dell'essere. Ne consegue che il loro studio ci permette di conoscere meglio l'uomo, l'“uomo tout court”, quello che non è ancora sceso a patti con le condizioni della storia. Ogni essere storico porta con sé una grande parte dell'umanità prima della Storia".Il simbolo non è l'archetipo: non ha quindi una realtà autonoma rispetto alla quale l'uomo non deve far altro che conoscerla e adeguarcisi; giustamente Roberto Scagno, il maggior conoscitore di Eliade in Italia, ha scritto:"Il simbolo non è sostanza metafisica, ma strumento umano di riflessione e comunicazione".È infatti l'uomo l'unico creatore di simboli, oltre che unico fruitore; quindi, a differenza dell'archetipo, "il simbolo appare come una costruzione della psiche". L'uomo si caratterizza per quella particolare facoltà creatrice di simboli che gli è connaturata:"Dato che l'uomo dispone di una facoltà creatrice di simboli (symbol-forming power), tutto ciò che compie è simbolico".Si tratta quindi di una facoltà continuamente attiva, in forza della quale Eliade può parlare dell'uomo come homo symbolicus; infatti"i simboli non scompaiono mai dall'attualità psichica".Se ogni attività umana implica un simbolismo, allora anche "ogni fatto religioso avrà necessariamente un carattere simbolico". Vi è poi un circolo vizioso --anzi, eliadianamente virtuoso-- per il quale anche il fatto religioso stesso, simbolico in quanto proprio dell'uomo, porta quest'ultimo ad interpretarsi come simbolo, esperienza esistenziale che gli consente di sentirsi parte di quella rete di simboli per eccellenza che è l'universo:"L'esperienza magico-religiosa permette la trasformazione dell'uomo stesso in simbolo. [...] L'uomo non sente più di essere un frammento impermeabile, è invece un Cosmo vivo, aperto a tutti gli altri Cosmi vivi che lo circondano".In quanto dato immediato della coscienza, il simbolismo "determina sia l'attività del [...] subcosciente [dell'uomo], sia le più nobili espressioni della sua vita spirituale".Eliade considera gli archetipi influenti, oltre che sulla vita spirituale, anche su quella subcosciente. Essendo l'attività dei simboli anche inconscia, ed essendo l'uomo il produttore di simboli, anche in un periodo non religioso come quello moderno si può continuare a parlare di un uomo che, seppur profano,"rimanendo uomo, produce ugualmente simboli; si tratta però di simboli degradati, che, non essendo consapevolmente riconosciuti, non possono svolgere pienamente la loro funzione. Solo il simbolo religioso è vissuto coscientemente, nella pienezza del suo significato".Se il vero significato del simbolo lo si può cogliere solo attraverso la sua comprensione religiosa, anche qui si riscontra una equivalenza con l'analisi eliadiana degli archetipi: questi ultimi hanno la loro sede propria nel transconscio, e anche i simboli, per la loro logica che è altra rispetto a quella propria della ragione (ricordiamo che il simbolismo per Eliade è l'opposto del razionalismo), rimandano a quel centro psichico che permette all'uomo religioso di vivere una vita pienamente regolata ai paradigmi divini. Compresa la logica del simbolo solo retoricamente si può porre la seguente domanda: "determinate zone dell'inconscio individuale o collettivo sono dominate, a loro volta, dal logos, oppure ci troviamo davanti a manifestazioni di un transconscio?".Simbolo e ierofania assolvono entrambi allo stesso compito: infatti modificano la consistenza ontologica della realtà che investono. Se la ierofania è "ciò che mostra il sacro", allora la sua dialettica paradossale consiste proprio nell'indicare, ad esempio, un oggetto come la sede del sacro: il finito diventa infinito, pur mantenendo le sue proprietà. L'oggetto quindi si trasforma in qualcosa di altro, pur rimanendo tale. Un analogo discorso si può fare anche nei riguardi del simbolo:"La sua funzione resta invariabile: trasformare un oggetto o un atto in qualche cosa di diverso da quel che sono nella prospettiva dell'esperienza profana".In questo senso, il simbolo non è altro che la naturale continuazione della rivelazione ierofanica:"Il simbolo prolunga la dialettica della ierofania: tutto quel che non è direttamente consacrato da una ierofania, diventa sacro grazie alla sua partecipazione a un simbolo".Se la ierofania si ferma nel rivelare il sacro in un sasso, in una persona, in un gesto, ecc., il simbolo ha in sé la capacità di riepilogare il Cosmo intero, attraverso un'infinità di collegamenti con altri simboli: questo fa sì che, come abbiamo già visto, ogni simbolo si richiami al simbolismo di cui fa parte. Attraverso le ierofanie, l'esperienza religiosa si frammenta in una infinita discontinuità; invece "il simbolismo tradisce il bisogno dell'uomo di prolungare all'infinito la ierofanizzazione del Mondo". Grazie ad esso, traspare all'uomo "una tendenza a identificare questa ierofania col complesso dell'Universo". Se la storia delle religioni è essenzialmente storia delle ierofanie, l'esperienza religiosa, se vuole accedere a quella visione mistica della realtà caratteristica di chi vede ovunque il sacro, deve inserirsi in un simbolismo che permetta di non arrestarsi alle ierofanie, che realizzano e giustificano la differenza ontologica tra sacro e profano, ma che consenta di superarle grazie a una trasfigurazione dello stesso profano. "Per la mentalità arcaica, natura e simbolo coesistono". Nell'esperienza mistica, la natura è tutta divina, tutto è archetipo, tutto ierofania, non esiste più sopra e sotto:"Per i “primitivi” in genere non esiste una differenza netta fra “naturale” e “sovrannaturale”, fra oggetto empirico e simbolo. Un oggetto diviene “se stesso” (cioè incorpora un valore) nella misura in cui riproduce un archetipo, ecc.".Il profano può aspirare ad una sorta di realtà solo in quanto traccia del sacro; questo gli è possibile unicamente grazie al simbolo, che rende evidente la complementarità tra sacro e profano, attraverso la quale il simbolismo si estende sulla totalità del reale. Perciò è da evitare il"credere che il simbolismo si riferisca unicamente alle realtà “spirituali”. Per il pensiero arcaico una separazione del genere tra lo “spirituale” e il “materiale” non ha senso: i due piani sono complementari".Ma questa distinzione tra la capacità onnicomprensiva del simbolo e la frammentazione del sacro attraverso le ierofanie non deve però condurci a contrapporre, per così dire, una "interpretazione ierofanica" a una "interpretazione simbolistica": il sacro, infatti, per sua essenza, cerca la sua massima rivelazione nella realtà. E questo tentativo non può che esplicitarsi nelle stesse ierofanie, che sono la sua originaria manifestazione: così "la massima parte delle ierofanie sono atte a diventare simboli". Le ierofanie divengono a volte simboli, ma anche i simboli diventano ierofanie: ciò è forse ancor più inevitabile. Del resto ierofania è tutto ciò che rivela il sacro; allora anche il simbolo dovrà avere carattere ierofanico. Infatti, grazie ad esso, ci sono rivelate diverse sfere della realtà sacra, che altrimenti --cioè rimanendo sul piano delle ierofanie pure-- ci rimarrebbero oscure. Per questo,"il simbolo [...], all'occorrenza, è esso stesso una ierofania, cioè [...] rivela una realtà sacra o cosmologica che nessun'altra “manifestazione” è capace di rivelare".Ogni ierofania è per altro parte di un simbolismo coerente all'interno del quale riceve il suo più vero significato, grazie al fatto che proprio di quest'ultimo è la capacità di comunicare il sacro nel modo più estensivo possibile, rendendo del tutto espliciti l'insieme dei significati che in ogni ierofania sono a volte solo accennati e frammentati: i"diversi simbolismi possono con ragione considerarsi “sistemi” autonomi, nella misura in cui manifestano più chiaramente, più totalmente e con coerenza superiore quel che le ierofanie manifestano in modo particolare, locale, successivo".Perciò ogni ierofania va interpretata, quando è possibile, all'interno del sistema simbolico di cui fa parte, per coglierne il significato profondo. Certo, come il simbolo, anche il simbolismo non è una realtà oggettivamente constatabile (il "simbolismo acquatico non è manifestato in nessun luogo in modo concreto, non ha “sostegno”, è formato da un insieme di simboli interdipendenti e integrabili in un sistema; nondimeno è reale"), ma è quella costruzione teorica che è compito dello storico delle religioni rilevare, affinché in ogni fatto religioso sia esplicito il fascio di significati e la serie di legami con altre sfere del sacro in esso contenute: questa costruzione è possibile perché"un simbolo rivela sempre [...] l'unità fondamentale di parecchie zone del reale. [...]; d'altra parte gli oggetti, diventando simboli, cioè segni di una realtà trascendente, annullano i loro limiti concreti, cessano di essere frammenti isolati, per integrarsi in un sistema".Il simbolo, oltre a richiamare altri simboli, riceve in sé i sempre nuovi significati di cui la storia lo investe nelle diverse tradizioni religiose:"Il simbolo è sempre aperto. [...] L'interpretazione non è mai conclusa".Consideriamo, ad esempio, il simbolo dell'albero. Quest'ultimo rappresenta il Cosmo, nella sua inesauribile rigenerazione, simbolo a sua volta dell'eternità: allora,"l'albero-Cosmo può per questo diventare, su di un altro livello, albero della “Vita-senza-morte”". Ma la vita eterna, nella metafisica arcaica, vuole significare la realtà assoluta, e dunque "l'albero diventa il simbolo di questa realtà (“il centro del mondo”)".Sarà allora obbligatoria a chiunque voglia conoscere il significato di un qualsiasi simbolo religioso, compararne i diversi contenuti nelle varie tradizioni e anche in una stessa storia religiosa:"Un simbolo resta vuoto di senso, se non si analizza un numero molto grande di varianti. Ora, tra queste non esiste, talvolta, alcuna contiguità storica e ciò rende ancora più difficile il lavoro d'interpretazione".Il simbolismo che si ricaverà da questo approccio comparativo sarà necessariamente trans-culturale, trans-storico, nella certezza che, secondo l'impostazione eliadiana, la coerenza non potrà mai essere contraddetta, in forza di quei principi paradigmatici che sempre e comunque si rivelano identici a se stessi nel loro significato più profondo:"È in una prospettiva totale che racchiude la totalità delle culture che dobbiamo giudicare la fecondità di un simbolismo il quale esprime le strutture della vita cosmica e contemporaneamente rende intelligibile il modo di essere dell'uomo nel mondo".La comparazione però non si spinge fino all'appiattimento di qualsiasi significato ad un unicum: se da una parte, l'analisi delle diverse interpretazioni dello stesso simbolo ci indicano il suo valore archetipico, dall'altra essa sola ci consente di valutare correttamente e mettere in risalto quelle differenze ineliminabili dovute alla storia, all'ideologia religiosa di cui esso fa parte, ecc.:"La struttura di un simbolismo si lascia decifrare completamente solo quando si è analizzato un notevole numero di esempi. [...] Solo dopo aver esaminato tutte le varianti, la diversità del significato di ognuna vien bene in rilievo".Così Eliade riassume la sua posizione rispetto alla comparazione tra i simboli:"Si cerca di ricostruire il significato simbolico di fatti religiosi in apparenza eterogenei ma strutturalmente collegati [...]. Un tale procedimento non implica la riduzione di tutti i significati a un comune denominatore. Non si potrà insistere mai abbastanza sul fatto che la ricerca sulle strutture simboliche è un lavoro, non di riduzione ma di integrazione. Si paragonano e si confrontano due espressioni di uno stesso simbolo non per ridurle a una forma unica preesistente, ma per scoprire il processo grazie al quale una struttura può arricchirsi di nuovi significati".In che senso 'può arricchirsi di nuovi significati'? Il significato permane al di là della mutevolezza dei significanti. Ma, oltre che permanere, viene maggiormente inteso, sempre più profondamente vissuto: il motivo è la dialettica caratteristica del sacro, che fa sì che esso non smetta mai di manifestarsi, cercando sempre nuove ierofanie, nel tentativo di totalizzarsi nell'intera realtà. A tale riguardo, sembra esservi a volte in Eliade una sorta di "evoluzionismo ierofanico":"Le innumerevoli nuove manifestazioni del sacro ripetono [...] altre innumerevoli manifestazioni di esso già contenute [...] nel [...] passato, nella [...] “storia”: ma è parimenti vero che l'esistenza di questa storia non giunge fino a paralizzare la spontaneità delle ierofanie: una rivelazione più completa del sacro resta sempre possibile, in qualsiasi momento".Come nelle ierofanie, anche nei simboli, se da una parte il fascio di significati in essi contenuti sembra rifarsi al piano degli archetipi, dall'altra parte il vero senso del simbolo, la sua pienezza teoretica si rende evidente --a volte-- solo nella sua maturità:"Il senso ultimo di certi simboli si manifesta soltanto nella loro “maturità”, cioè quando si considera la loro funzione nelle operazioni più complesse dello spirito".Si può dunque parlare anche di “evoluzionismo simbolico”, che comunque è un tutt'uno con la dialettica delle ierofanie, in quanto riconducibili entrambi in quella carica intrinseca del sacro per cui esso cerca di rivelarsi nel modo più aperto possibile. Questo tipo di evoluzionismo il più delle volte si presenta non solo come evoluzionismo metafisico, ma anche come evoluzionismo storico: ad esempio, l'ontofania del sasso cultuale "può modificare la sua “forma” nel corso della storia; lo stesso sasso", se prima mostrava semplicemente che il sacro è cosa diversa dall'ambiente circostante, che, simile alla roccia, il sacro “è” di carattere assoluto, "potrà essere venerato, più tardi, non per quanto rivela in modo immediato (non più come ierofania elementare), ma perché è integrato in uno spazio sacro (tempio, altare, ecc.) o perché è considerato l'epifania di un dio, ecc.".Si tratta però di un evoluzionismo molto particolare: a volte cioè sembra che un'immagine, un simbolo, siano naturalmente portati a includere certi significati, e che se essi diverranno espliciti solo da un certo momento storico, ciò comunque vorrà dire che non potevano che essere contenuti in quel particolare simbolo, e non in altri: per esempio, la rivelazione portata dalla fede (l''invenzione' del giudaismo), "non distruggeva i significati “primari” delle Immagini, ma si limitava semplicemente ad aggiungere ad esse un nuovo valore"; resta però sempre vero che"ogni nuova messa in valore è sempre stata condizionata dalla struttura stessa dell'Immagine, a tal punto che di un'Immagine si può dire che essa attende che il suo significato si compia".Più spesso invece Eliade, facendosi aiutare dai risultati della psicologia del profondo, indica la totalità dei significati residente da sempre nel simbolo: alcuni sarebbero vissuti in modo cosciente, altri in modo incosciente, ma tutti assolverebbero alla loro funzione nella vita spirituale dell'uomo. Nella conclusione di un articolo sul simbolismo religioso Eliade si chiede se i 'significati superiori' dei simboli, espliciti nella piena maturità di questi ultimi, non fossero già impliciti, quindi almeno in vago modo percepiti anche dagli uomini appartenenti alle culture più arcaiche. Il problema è assai arduo, perché --continua Eliade-- il simbolo agisce all'interno di tutta la struttura psichica: quindi il messaggio di un simbolo non si può circoscriverlo ai significati di cui si è coscienti. Quindi abbiamo a che fare con due conseguenze:"1) Se a un certo punto della storia un simbolo religioso ha potuto esprimere con chiarezza un significato trascendente, si è autorizzati a supporre che in un'epoca anteriore questo significato ha potuto essere oscuramente presentito"; inoltre, come avevamo avuto già modo di rilevare, "2) per decifrare un simbolo religioso, non basta prendere in considerazione tutti i suoi contesti, bisogna anche, e soprattutto, riflettere sui significati che esso ha avuto in quella che si potrebbe chiamare la sua “maturità”".In Eliade dunque il cosiddetto 'terrore della storia', su cui lo studioso romeno spesso si è soffermato, coesiste con una sotterranea consapevolezza della positività del procedere storico, nel senso di portatore di nuovi valori, nella sempre nuova e sempre più matura interpretazione dei simboli. La sua idea secondo la quale sarebbe la religiosità cosmica immanente al mondo a informare l'uomo della sua situazione esistenziale, fa sì che egli tenti di limitare di molto tutti quei valori religiosi che invece vengono comunicati attraverso la storia: i simboli derivanti, in certo modo, dalla storia sono dichiarati come"molto meno frequenti dei simboli a struttura cosmica o di quelli che si riferiscono alla condizione umana".Eliade si dichiara disinteressato a ciò che può costituire la storia di un simbolo; il suo Trattato ne è l'esempio classico. Spesso dichiara che se si dovrà fare una storia delle religioni, prima sarà necessario comprendere da dentro le strutture e i significati delle diverse esperienze religiose:"Il problema della “storia” dei motivi interessa la nostra ricerca soltanto in via sussidiaria. [...] Quel che ci interessa per ora è di sapere quale fu la funzione religiosa".Per altro verso, anche quei simboli che provengono da una storia recente, sistematizzatori di quelle nuove acquisizioni che l'uomo ha avuto --per esempio, nell'ambito della tecnica-- sono diventati simboli religiosi grazie alla loro funzione di creatori di cultura. Se una parte di realtà è fondata dal simbolo in un certo periodo storico, allora esso, rivestito del suo carattere sacro (in quanto solo il sacro è reale e il reale è tale in quanto rimanda al sacro), esce dal tempo, portandosi nella sua sede originaria, cioè nell'illud tempus:"Certi simboli legati a fatti recenti di cultura, pur essendo situati nel tempo storico sono divenuti simboli religiosi per aver contribuito a “fondare il mondo”, nel senso da permettere a nuovi mondi rivelati dall'agricoltura, dall'addomesticamento degli animali, dalla regalità, di “parlare”, di rivelarsi agli uomini, svelando nello stesso punto nuove situazioni umane. In altre parole, i simboli legati a fasi recenti di cultura si sono costituiti allo stesso modo dei simboli più arcaici, cioè come il risultato di tensioni esistenziali e di assunzioni totali del mondo. Quale pur sia la storia di un simbolo religioso, la sua funzione è sempre la stessa".In questa ermeneutica del simbolo, ogni documento costituisce un prezioso elemento: l'eterogeneità dei significati compresi in un simbolo ci è evidente anche dalla diversificazione delle fonti di cui disponiamo: le diverse provenienze e i diversi contenuti dei documenti sono da considerare"indispensabili, non soltanto per ricostruire la storia di una ierofania, ma anzitutto perché concorrono a costruire le modalità del sacro rivelate attraverso questa ierofania".Tale eterogeneità dei documenti è indispensabile non solo per una completa comprensione del simbolo, ma anche per una più generale morfologia del sacro: in essa, simbolo, mito e rito devono essere gli imprescindibili strumenti di lavoro dello storico delle religioni. Infatti ognuno di questi generi di documenti mostra regioni del sacro di cui gli altri non partecipano o partecipano solo in maniera implicita e nascosta: solo essi, presi insieme, possono"rivelarci tutte le modalità del sacro, perché un simbolo o un mito lasciano trasparire nettamente le modalità che un rito non può manifestare, che nel rito sono solo implicite",così come anche "un simbolo non potrà mai rivelare tutto quel che rivela il rito". Il mondo (e il sacro in esso presente tramite la dialettica delle ierofanie) comunica la sua struttura profonda all'uomo attraverso questa triade di filtri:"Attraverso i simboli il mondo [...] si “rivela”" e "tramite il mito e il rito “il mondo 'parla' all'uomo”"."
Préludes "Lorsque le Nom, béni soit-Il, voulut créer le monde, il n’y avait pas de place pour le créer, car le tout était infini. De ce fait, Il contracta (tsimtsem) la "lumière" sur les côtés et par l’intermédiaire de ce retrait (tsimtsoum) se forma un "espace vide" (hallal hapanouy). Et à l’intérieur de cet "espace vide" sont venus à l’existence les jours (temps) et les mesures (espaces) qui constituent l’essentiel de la Création du Monde", Rabbi Nahman de Breslev - Liqouté Moharan.De la lumière originelle (or qadoum) - qui emplissait de manière égale et sans différence de degré avant le tsimtsoum - jaillit une lumière émanée (or nietsal) dans le vide laissé par le tsimtsoum. Cette lumière émanée constitue le "olam ha-Atziluth", le monde de l’Emanation ou du Divin et d’autre part, la création engendra l’olam haBeryah ou monde de la Création, l’olam haYetzirah ou monde de la Formation et le olam haAssya ou monde de la Fabrication. Nous retrouvons ce schéma dans la Kabbale de Safed mais aussi chez Moché Haïm Luzzatto ou Moïse Cordovero dans son Pardes Rimonim (chap. 16).Cette Lumière émanée contient l’ensemble des Sephiroth et se divise en deux rayonnement, l’un intérieur (penimiyout), l’âme, le divin et l’autre est le monde de la séparation. Et il en est de même pour chacun des trois autres mondes. Ici, la question qui se pose à nous est "comment concevoir du divin émané du divin" ? Dieu est par essence UN (Echad) mais, "c’est en concevant le vide en soi pour accueillir l’altérité du monde, c’est en se retirant de lui-même en lui-même que Dieu créa le monde. De ce vide de Dieu, surgit le monde. La création de l’espace vide rend possible l’altérité à partir de la séparation", MA Ouaknin, Concerto pour quatre consonnes.Selon la Kabbale, Dieu est unité, l’Emanation est donc unique qui ne connaît ni changement, ni multiplicité. Ainsi, Sa Lumière elle-même ne se modifie pas et ne s’enchaîne pas. Si l’essence de Dieu nous est inconnaissable, toutefois, nous pouvons connaître sa volonté. Le monde a été créé par Dix Paroles et selon Moché Haïm Luzzatto, "Ein-Sof est la Volonté telle qu’Il aurait pu la vouloir, celle qui n’a ni terme ni mesure, ni fin, ; les Sephiroth sont ce qu’Il a voulu avec limite et qui constitue des attributs particuliers qu’Il a voulu". La volonté est appelée "rayonnement et l’Ein-Sof, "lumière simple" (or qadoum ou pachout). Les mondes de la Création, de la Formation et de la Fabrication sont des mondes issus de la Lumière Primordiale et par là ils sont les forces de la volonté. Ces mondes sont constitués du "rayonnement" et des envoyés (anges) qui accomplirent les autres mondes.La Shekhinah ne réside sur l’ange qu’en fonction de la force de ce dernier. Ainsi, la manifestation de la Présence Divine sera moindre dans le monde de la Formation que dans celui de la Création etc. Et chaque dévoilement de la Présence divine est constitué de 10 degrés dans chaque monde. Ce sont les Sephiroth qui sont dix modalités de la Lumière agissant sur les êtres selon leur composition.En résumé, les Sephiroth sont les forces de la Volonté Supérieure. Ainsi, les Sephiroth de l’Emanation sont les forces de la Volonté seule et les Sephiroth des trois autres mondes sont les forces de la Volonté avec les anges. Les Sephiroth sont agencées selon les degrés de la force insufflée par l’Emanateur. Chaque chose créée a un principe propre qui dépend de l’activité de ce principe propre qui prend racine dans les Sephiroth. Les êtres sont eux-mêmes "émanés" des Sephiroth selon leur force et leur intensité. Il y a donc une gradation des êtres qui découle des Sephiroth des trois mondes inférieurs. De l’enchaînement des Sephiroth naît ainsi la matière..."Il est sûr que la seule connaissance du nom des Sephiroth et des visages sans celle de leur nature et de leur raison d’être ne constitue en rien une connaissance" (Le Philosophe et le Cabaliste, Moché Haïm Luzzatto p 122). En suivant ce principe tout kabbaliste se doit de connaître la "vision du Char", c’est-à-dire, l’ensemble des Sephiroth et des règles qui les concernent telles qu’enseignées par la Tradition (Kabbale) et ensuite, il faut connaître les interprétations de toute cette "vision du Char". Selon la Kabbale lourianique, à la suite du Tsimtsoum est apparu l’Homme Primordial (Adam haRichon ou Adam haKadmon) issu d’un rayon lumineux (qav) issu de l’Ein-Sof. Dans le Ets ’Hayyim, l’Homme Primordial est considéré comme un simple "détail" contenant tous les mondes. Et l’Homme Primordial est constitué de Branches successives qui vont de l’invisible au visible.L’Homme Primordial contient ainsi AV, SAG, MAH et BEN qui sont quatre modalités du Tétragramme Divin hvhy. Le Chem AV est le Nom déployé en indice Yod, comptant 10 lettres et ayant une valeur numérique de 72. Le Chem SAG est le déploiement du Nom en indice Yod pour le He et en indice Aleph pour le Vav. Il totalise 10 lettres et sa valeur numérique est de 63. Le Chem MAH est le déploiement du Nom en indice Aleph. Il compte 10 lettres et a une valeur numérique de 45. Le Chem Ben voit le Nom déployé en indice "doublé". Il compte 9 lettres et a une valeur numérique de 52. AV se situe au niveau du crâne de l’Homme Primordial et de donc de la Sephira Hokhmah. Cette dimension reste cachée à l’homme qui ne peut en appréhender que la surface. La connaissance ne commence qu’en SAG qui désigne les lumières qui sortent des Oreilles de l’Homme Primordial. SAG est assimilé à Binah (qui a une valeur numérique de 63). A partir de SAG, la Sagesse commence à se dévoiler. Le Chem MAH correspond aux lumières qui sortent du nez de l’Homme Primordial et le Chem Ben correspond aux lumières qui sortent de la Bouche. Ces lumières sont la production des vases par la sortie et le retour des Sephiroth ! Il y a encore les lumières des Yeux qui sont les points, leur brisure et leur chute. Il y a enfin le Monde de la Réparation avec tous ses visages : l’Ancien, la Longue Face, le Père, la Mère, la Petite Figure et le Féminin.Pour revenir au Monde des Points (olam haNiqoudim), il y survient ce que l’on nomme la Brisure des Vases, celle-ci prend naissance dans la sortie et le retour des lumières de la Bouche, car c’est lors de ce retrait qu’aurait eu lieu la formation du Kéli (Vase), racine de la matérialité. Les Vases étaient disposés les uns sous les autres, caractéristique du monde des points où les Sephiroth sont isolées les unes des autres. Ceci sera d’ailleurs une des causes de la Brisure des Vases. Les Sephiroth de l’Emanation sont brisées et sont tombées dans les mondes de la Création, de la Formation et de la Fabrication. Il est dit que la partie intérieure des Sephiroth de l’Emanation sont tombées dans la monde de la Création, que la partie intermédiaire est tombée dans le monde de la Formation et que la partie extérieure est tombée dans le monde de la Fabrication.La Brisure produisit 288 étincelles de lumière qui étaient contenues dans les vases. Lors de leur chute, elles se sont mélangées avec les "écorces" (qelipoth) ainsi, "il n’y a rien au monde, dans tous les mondes et, de même dans toutes les parties du monde de la Fabrications comme le minéral, le végétal, l’animal ou l’humain, où l’on ne puisse trouver des étincelles de sainteté mélangées aux écorces ; et elles doivent être triées" (Rabbi Haïm Vital, Mavo Chéarim 7 2 1). Ce tri doit avoir lieu dans le Féminin, en Malkhut, la Royauté, dernière Sephiroth, notre monde. De ce tri dépend la remontée de la lumière purifiée vers le monde de l’Emanation. De la Polarité des SephirothLa Lumière émanée par les Sephiroth peut être plus ou moins intense selon les lois. En ce sens, toutes les Sephiroth émettent de la lumière et reçoivent de la lumière. Il est dit que l’émission de la lumière est de nature masculine alors que la réception est de nature féminine. En ce sens, toutes les Sephiroth, sauf Kether, sont bi-sexuées. chacune des 10 Sephiroth reçoit donc l’influx qui lui parvient de l’En-Sof et l’épanche à son tour : "Sache que l’émanation n’a été émise que pour attester de l’unité dans l’Infini, et si le recevant ne s’unissait pas à l’épanchant, et l’épanchant au recevant, s’unissant en une seule puissance, on ne pourrait reconnaître que tous deux sont une unique puissance ; mais en s’unissant, à partir d’eux l’on connaît la puissance de l’unité. Or en apercevant la puissance de l’uni de façon manifeste, on ne va plus douter de l’unité en ce qui est caché. C’est ainsi que chaque chose, ou Sephira, sans exception, est épanchant et recevant" Azriel de Gérone, Cha’ar haChoel. Selon Mopsik, "Le sexe des âmes" p. 54 : "Chaque Sephira - et donc l’ensemble de l’Emanation - est à la fois mâle et femelle, épanchant et recevant". "Chacun des degrés sans exceptions de YHVH, béni soit-Il, possède deux forces ; une force reçoit de ce qui est au-dessus d’elle, et sa seconde face épanche de la bonté à ce qui est au-dessous d’elle, jusqu’au nombril de la terre (Malkhut). Chaque degré sans exception se trouve donc posséder deux instances : une puissance de réception pour recevoir l’épanchement de ce qui est au-dessus de lui, et une puissance d’émission pour épancher du bien à ce qui est en dessous de lui, de cette façon les structures sont dites androgynes, en tant que recevant et épanchant. C’est là un grand secret parmi les mystères de la foi", Joseph Gikatila, Cha’aré Orah, chapitre 5 fol. 58b. La question que nous devons nous poser ici est : comment se fait-il que les Sephiroth soient androgynes alors que certaines sont appelées mâles et d’autres femelles ?Il semblerait que cette dernière classification repose plus sur le mode de l’épanchement et de la réception que dans la qualité intrinsèque de la Sephira."En réalité il s’agit de quatre Sephiroth particulières qui reçoivent et épanchent, et tel est le secret de l’androgyne. Pareilles sont les autres dimensions constituant l’unité de la chaîne supérieure sainte et pure, elles relèvent également du secret de l’épanchant et du recevant. Pourquoi certaines sont appelées "femmes" (Binah, Guebourah, Hod et Malkhut) ? Parce que la couleur des dimensions qui s’épanchent en elles est gravée en leur sein et, à travers elles, elle apparaît comme un pilon dans le mortier, car elle ne s’en détache jamais. Quant à toutes les autres dimensions, elles sont imbriquées de la même façon, sauf qu’ici, il y a couleur au-dessus d’une couleur, comme la flamme sur la braise", Fragments d’un commentaires sur la Genèse par J. de Hamadam, traduction par Ch. Mopsik, pages 51-52. Ici, le mot couleur désigne le contenu substantiel caractéristique de chaque Sephira. Selon Hamadam, Kether est uniquement masculine et les autres androgynes, les Sephiroth mâles sont Hokhmah, Hessed, Tiphereth et Netzach. Il existe donc un double état androgynal : l’androgynie féminine (neqèvah) pour les Sephiroth féminines et l’androgynie masculine (zakhar) pour les Sephiroth masculines. Les Parzufim.On dit de la Petite Figure qu'elle traite la lumière comme une femme traite son enfant. L'action est triple : gestation, allaitement et maturité. L'action n'est pas achevée dans la gestation et l'on y trouve donc Victoire-Majesté-Fondement. Dans l'allaitement, où elle est plus achevée, on retrouve Générosité-Rigueur-Splendeur et dans la maturité Sagesse-Discernement-Connaissance.Les deux actions de la Longue Figure sont la subsistance et le bien parfait. La Justice provient de la Longue Figure qui l'adoucit, c'est donc de la Longue Figure que provient tout le bien mais la Justice est nécessaire, la Justice c'est la Petite Figure et le Féminin, du point de vue de ceux qui reçoivent, Petite Figure du point de vue de l’épanchement. Ce qui se trouve entre les deux est le Père et la Mère : "Et tu verras que de même que les causes engendrent leurs effets, le Père et la Mère engendrent la Petite Figure et le Féminin : le Père est la cause lointaine et première et la Mère est la cause prochaine et seconde..."Selon Cordovero, chaque Sephira possède 6 aspects :1- son aspect caché;2- l'aspect sous lequel elle se manifeste;3- l'aspect sous lequel elle se matérialise;4- l'aspect par lequel la Sephira supérieure peut insuffler en elle le pouvoir d'émaner d'autres Sephiroth;5- l'aspect par lequel elle acquiert le pouvoir d'émaner les Sephiroth cachées en son sein;6- l'aspect par lequel la Sephira suivante est émanée.Dans la Kabbale lourianique, Kether est formée comme Parzuf (visage) de ARIKH ANPIN, la Longue Figure, les Sephiroth Hokhmah et Binah deviennent les parzufim d'Abba et d'Imma, le Père et la Mère. De l'union de ces deux parzufim naît le Zeïr Anpin, Petite Figure, qui s'étend de Gedulah à Yessod. Malkhut devint le parzuf de Nukba de Zeïr, la Femme du Zeïr. Ces 5 parzufim sont dans la Kabbale lourianique la forme finale de l'Adam Kadmon."Que le sage ne se glorifie pas de sa sagesse, que le brave ne se glorifie pas de sa bravoure et que le riche ne se glorifie pas de sa richesse mais que celui qui se glorifie se glorifie de ceci : d’être intelligent et de me connaître", Jérémie 9-22,23.Selon les kabbalistes modernes, les Sephiroths seraient en réalité de vrais mondes aussi réels que notre monde physique. Yessod serait ce que certains appellent le monde astral lunaire où se rendent ceux qui expérimentent les états proches de la mort (NDE) et également toutes les personnes décédées dans les premiers moments de leur vie non physique. Courte symbolique hermétique des SephirothLes représentations ci-dessous illustrent la symbolique des Sephiroth dans la tradition hermétique, qui diffère de la tradition juive. Malkouth Signification : RoyaumePlanète : Olahm Yesodoth (la sphère des éléments, la Terre)Elément : la terreCouleur : le brunNombre : 10Image : une Jeune Femme Couronnée, assise sur un TrôneCorrespondance briatique : la stabilitéVertu : discernementVice : avarice & inertieQlipah : staseExpérience Spirituelle : Vision du Saint Ange GardienTitres : la Porte, la Porte de la Mort, la Porte des Larmes, la Porte de la Justice, la Mère inférieure, Malkah, la Reine, Kallah, la Promise, la ViergeNom de Dieu : Adonaï ha Aretz, Adonaï MalekhArchange : SandalphonOrdre Angélique : IshimNoms Communs : le monde réel, la matière physique, la terre, la Terre-Mère, les éléments physiques, le monde naturel, la solidité, la stabilité, l’inertie, la mort corporelle, l’incarnation, … YesodSignification : FondationPlanète : Levanah (la Lune)Elément : l’EtherCouleur : le mauveNombre : 9Image : un homme beau et fortCorrespondance briatique : la réceptivité, la perception, la puretéVertu : l’indépendanceVice : illusion, rêverieQlipah : obéissance aveugleExpérience Spirituelle : la Vision du Mécanisme de l’UniversTitres : le Palais aux ImagesNom de Dieu : Shaddaï el ChaïArchange : GabrielOrdre Angélique : les AngesNoms Communs : perception, imagination, instinct, apparence, la lune, l’inconscient, l’instinct, les liens, l’illusion, les rêves, la divination, l’éther, le sexe, les portes secrètes, … HodSignification : Gloire, SplendeurPlanète : Kokab (Mercure)Elément : AirCouleur : jauneNombre : 8Image : un HermaphroditeCorrespondance briatique : l’abstractionVertu : honnêteté, confianceVice : volontéQlipah : la rigiditéExpérience Spirituelle : la Vision de la SplendeurTitres : aucunNom de Dieu : Elohim TzabaothArchange : RaphaëlOrdre Angélique : Beni ElohimNoms Communs : la raison, l’abstraction, la communication, la conceptualisation, les sciences, le langage, l’argent, les mathématiques, la médecine, la philosophie, la Qabale, la loi, les "droits", la magie rituelle. NetzachSignification : Victoire, FermetéPlanète : Nogah (Vénus)Elément : l’EauCouleur briatique : le vertNombre : 7Image : une magnifique femme nueVertu : ouverture sur les autresVice : fermeture aux autresQlipah : routine, habitudeExpérience Spirituelle : Vision de la Beauté TriomphanteTitres : aucunNom de Dieu : YHVH TsabaothArchange : HanielOrdre Angélique : ElohimNoms Communs : la passion, le plaisir, la luxure, la beauté sensuelle, les sentiments, les émotions - l’amour, la haine, la rage, la joie, la dépression -, la misère, l’excitation, la sympathie, l’empathie, le désir, la magie extatique. TiphérethSignification : BeautéPlanète : Shemesh (le Soleil)Elément : le FeuCouleur briatique : le orange, l'orNombre : 6Image : un roi, un Enfant, un Dieu sacrifiéCorrespondance briatique : centré, totalitéVertu : la dévotion au Grand ŒuvreVice : fierté, importance donnée à sa propre personneQlipah : faussetéExpérience Spirituelle : la vision de l’HarmonieTitres : Melek, le Roi ; Zeïr Anpin, le microprosope ; le Fils ; Rachamin, la charité.Nom de Dieu : Aloah ve DaathArchange : MikhaëlOrdre Angélique : MalahimNoms Communs : l’harmonie, l’intégrité, la totalité, l’auto-sacrifice, la Pierre de Dieu, centre, la Pierre philosophale, l’identité, le plexus solaire, un Roi, le Grand Œuvre. Guebourah Autres noms: Geburah, Gueburah, Gevourah, GuevourahSignification : ForcePlanète : Madim (Mars)Elément :Couleur briatique : le rougeNombre : 5Image : un Puissant GuerrierCorrespondance briatique : le pouvoirVertu : le courage & l’énergieVice : la cruautéQlipah : la bureaucratieExpérience Spirituelle : la vision de la PuissanceTitres : Pachad, la Peur ; Din, la JusticeNom de Dieu : Elohim GiborArchange : KamaëlOrdre Angélique : SeraphimNoms Communs : la puissance, la justice, la rétribution, la Loi dans son exécution, la cruauté, l’oppression, la domination, la sévérité, les arts martiaux. Hessed Signification : MiséricordePlanète : Tzadekh (Jupiter)Elément :Couleur briatique : le bleuNombre : 4Image : un Puissant RoiCorrespondance briatique : l’autoritéVertu : l’humilité & l’obéissanceVice : la tyrannie, l’hypocrisie, la bigoterie & la gloutonnerieQlipah : l’idéologieExpérience Spirituelle : la Vision de l’AmourTitres : Gedulah, la Magnificence, l’Amour, la MajestéNom de Dieu : ElArchange : TsadkielOrdre Angélique : HashmalimNoms Communs : l’autorité, la créativité, l’inspiration, la vision, l’excès, le pouvoir séculier & spirituel, la soumission, la naissance. DaathSignification : la ConnaissanceCette Sephirah, qui n’en est pas une, n’a aucune qualité manifestée & ne peut être invoquée directement.Noms Communs : un trou, un tunnel, une porte, un trou noir, un vortex.Binah Signification : CompréhensionPlanète : Shabbathaï (Saturne)Elément :Couleur briatique : le noirNombre : 3Image : des Vieillards sur des trônesCorrespondance briatique : l'intelligenceVertu : la stabilitéVice : l’inertieQlipah : le fatalismeExpérience Spirituelle : la Vision de la PeineTitres : Aïma, la Mère ; Ama, la Couronne ; Marah, la Mer d’Amertume ; la Mère des Formes, la Mère Supérieure.Nom de Dieu : YHVHArchange : TsaphkielOrdre Angélique : AralimNoms Communs : la limitation, la contrainte, la lenteur, la stérilité, l’incarnation, la karma, le destin, la mère, la fertilité, la mort.HokhmahSignification : SagessePlanète : Mazlot (le Zodiac, les Etoiles Fixes)Couleur briatique : argenté, gris-blancNombre : 2Image : un Homme BarbuCorrespondance briatique : l'harmonie, la musiqueVertu : le bienVice : le malQlipah : l’arbitraireExpérience Spirituelle : la Vision de DieuTitres : Abba, le Père, le Père Supernel.Nom de Dieu : IahArchange : RazielOrdre Angélique : AuphanimNoms Communs : la pure énergie créatrice, la force de vie.Kether Signification : CouronnePlanète : Rashith ha Gilgalim, le Feu Tourbillonnant (le Big Bang)Couleur briatique : le blanc purNombre : 1Image : un homme au visage lumineux comme le soleil sur un troneCorrespondance briatique : l’UnitéVertu : le succèsQlipah : la futilitéExpérience Spirituelle : l’Union avec DieuTitres : l’Ancien des Jours, le Macroprosope, la Tête Blanche, l’Existence des Existences, Rum Maalah.Nom de Dieu : EheiehArchange : MetatronOrdre Angélique : Hahioth ha Qodesh, les Animaux SaintsNoms Communs : l’unité, l’union, tout, la pure conscience, Dieu, la Divinité, la Manifestation, le Commencement, la Source, l’Emanation. Préludes "Lorsque le Nom, béni soit-Il, voulut créer le monde, il n’y avait pas de place pour le créer, car le tout était infini. De ce fait, Il contracta (tsimtsem) la "lumière" sur les côtés et par l’intermédiaire de ce retrait (tsimtsoum) se forma un "espace vide" (hallal hapanouy). Et à l’intérieur de cet "espace vide" sont venus à l’existence les jours (temps) et les mesures (espaces) qui constituent l’essentiel de la Création du Monde", Rabbi Nahman de Breslev - Liqouté Moharan.De la lumière originelle (or qadoum) - qui emplissait de manière égale et sans différence de degré avant le tsimtsoum - jaillit une lumière émanée (or nietsal) dans le vide laissé par le tsimtsoum. Cette lumière émanée constitue le "olam ha-Atziluth", le monde de l’Emanation ou du Divin et d’autre part, la création engendra l’olam haBeryah ou monde de la Création, l’olam haYetzirah ou monde de la Formation et le olam haAssya ou monde de la Fabrication. Nous retrouvons ce schéma dans la Kabbale de Safed mais aussi chez Moché Haïm Luzzatto ou Moïse Cordovero dans son Pardes Rimonim (chap. 16).Cette Lumière émanée contient l’ensemble des Sephiroth et se divise en deux rayonnement, l’un intérieur (penimiyout), l’âme, le divin et l’autre est le monde de la séparation. Et il en est de même pour chacun des trois autres mondes. Ici, la question qui se pose à nous est "comment concevoir du divin émané du divin" ? Dieu est par essence UN (Echad) mais, "c’est en concevant le vide en soi pour accueillir l’altérité du monde, c’est en se retirant de lui-même en lui-même que Dieu créa le monde. De ce vide de Dieu, surgit le monde. La création de l’espace vide rend possible l’altérité à partir de la séparation", MA Ouaknin, Concerto pour quatre consonnes.Selon la Kabbale, Dieu est unité, l’Emanation est donc unique qui ne connaît ni changement, ni multiplicité. Ainsi, Sa Lumière elle-même ne se modifie pas et ne s’enchaîne pas. Si l’essence de Dieu nous est inconnaissable, toutefois, nous pouvons connaître sa volonté. Le monde a été créé par Dix Paroles et selon Moché Haïm Luzzatto, "Ein-Sof est la Volonté telle qu’Il aurait pu la vouloir, celle qui n’a ni terme ni mesure, ni fin, ; les Sephiroth sont ce qu’Il a voulu avec limite et qui constitue des attributs particuliers qu’Il a voulu". La volonté est appelée "rayonnement et l’Ein-Sof, "lumière simple" (or qadoum ou pachout). Les mondes de la Création, de la Formation et de la Fabrication sont des mondes issus de la Lumière Primordiale et par là ils sont les forces de la volonté. Ces mondes sont constitués du "rayonnement" et des envoyés (anges) qui accomplirent les autres mondes.La Shekhinah ne réside sur l’ange qu’en fonction de la force de ce dernier. Ainsi, la manifestation de la Présence Divine sera moindre dans le monde de la Formation que dans celui de la Création etc. Et chaque dévoilement de la Présence divine est constitué de 10 degrés dans chaque monde. Ce sont les Sephiroth qui sont dix modalités de la Lumière agissant sur les êtres selon leur composition.En résumé, les Sephiroth sont les forces de la Volonté Supérieure. Ainsi, les Sephiroth de l’Emanation sont les forces de la Volonté seule et les Sephiroth des trois autres mondes sont les forces de la Volonté avec les anges. Les Sephiroth sont agencées selon les degrés de la force insufflée par l’Emanateur. Chaque chose créée a un principe propre qui dépend de l’activité de ce principe propre qui prend racine dans les Sephiroth. Les êtres sont eux-mêmes "émanés" des Sephiroth selon leur force et leur intensité. Il y a donc une gradation des êtres qui découle des Sephiroth des trois mondes inférieurs. De l’enchaînement des Sephiroth naît ainsi la matière..."Il est sûr que la seule connaissance du nom des Sephiroth et des visages sans celle de leur nature et de leur raison d’être ne constitue en rien une connaissance" (Le Philosophe et le Cabaliste, Moché Haïm Luzzatto p 122). En suivant ce principe tout kabbaliste se doit de connaître la "vision du Char", c’est-à-dire, l’ensemble des Sephiroth et des règles qui les concernent telles qu’enseignées par la Tradition (Kabbale) et ensuite, il faut connaître les interprétations de toute cette "vision du Char". Selon la Kabbale lourianique, à la suite du Tsimtsoum est apparu l’Homme Primordial (Adam haRichon ou Adam haKadmon) issu d’un rayon lumineux (qav) issu de l’Ein-Sof. Dans le Ets ’Hayyim, l’Homme Primordial est considéré comme un simple "détail" contenant tous les mondes. Et l’Homme Primordial est constitué de Branches successives qui vont de l’invisible au visible.L’Homme Primordial contient ainsi AV, SAG, MAH et BEN qui sont quatre modalités du Tétragramme Divin hvhy. Le Chem AV est le Nom déployé en indice Yod, comptant 10 lettres et ayant une valeur numérique de 72. Le Chem SAG est le déploiement du Nom en indice Yod pour le He et en indice Aleph pour le Vav. Il totalise 10 lettres et sa valeur numérique est de 63. Le Chem MAH est le déploiement du Nom en indice Aleph. Il compte 10 lettres et a une valeur numérique de 45. Le Chem Ben voit le Nom déployé en indice "doublé". Il compte 9 lettres et a une valeur numérique de 52. AV se situe au niveau du crâne de l’Homme Primordial et de donc de la Sephira Hokhmah. Cette dimension reste cachée à l’homme qui ne peut en appréhender que la surface. La connaissance ne commence qu’en SAG qui désigne les lumières qui sortent des Oreilles de l’Homme Primordial. SAG est assimilé à Binah (qui a une valeur numérique de 63). A partir de SAG, la Sagesse commence à se dévoiler. Le Chem MAH correspond aux lumières qui sortent du nez de l’Homme Primordial et le Chem Ben correspond aux lumières qui sortent de la Bouche. Ces lumières sont la production des vases par la sortie et le retour des Sephiroth ! Il y a encore les lumières des Yeux qui sont les points, leur brisure et leur chute. Il y a enfin le Monde de la Réparation avec tous ses visages : l’Ancien, la Longue Face, le Père, la Mère, la Petite Figure et le Féminin.Pour revenir au Monde des Points (olam haNiqoudim), il y survient ce que l’on nomme la Brisure des Vases, celle-ci prend naissance dans la sortie et le retour des lumières de la Bouche, car c’est lors de ce retrait qu’aurait eu lieu la formation du Kéli (Vase), racine de la matérialité. Les Vases étaient disposés les uns sous les autres, caractéristique du monde des points où les Sephiroth sont isolées les unes des autres. Ceci sera d’ailleurs une des causes de la Brisure des Vases. Les Sephiroth de l’Emanation sont brisées et sont tombées dans les mondes de la Création, de la Formation et de la Fabrication. Il est dit que la partie intérieure des Sephiroth de l’Emanation sont tombées dans la monde de la Création, que la partie intermédiaire est tombée dans le monde de la Formation et que la partie extérieure est tombée dans le monde de la Fabrication.La Brisure produisit 288 étincelles de lumière qui étaient contenues dans les vases. Lors de leur chute, elles se sont mélangées avec les "écorces" (qelipoth) ainsi, "il n’y a rien au monde, dans tous les mondes et, de même dans toutes les parties du monde de la Fabrications comme le minéral, le végétal, l’animal ou l’humain, où l’on ne puisse trouver des étincelles de sainteté mélangées aux écorces ; et elles doivent être triées" (Rabbi Haïm Vital, Mavo Chéarim 7 2 1). Ce tri doit avoir lieu dans le Féminin, en Malkhut, la Royauté, dernière Sephiroth, notre monde. De ce tri dépend la remontée de la lumière purifiée vers le monde de l’Emanation. De la Polarité des SephirothLa Lumière émanée par les Sephiroth peut être plus ou moins intense selon les lois. En ce sens, toutes les Sephiroth émettent de la lumière et reçoivent de la lumière. Il est dit que l’émission de la lumière est de nature masculine alors que la réception est de nature féminine. En ce sens, toutes les Sephiroth, sauf Kether, sont bi-sexuées. chacune des 10 Sephiroth reçoit donc l’influx qui lui parvient de l’En-Sof et l’épanche à son tour : "Sache que l’émanation n’a été émise que pour attester de l’unité dans l’Infini, et si le recevant ne s’unissait pas à l’épanchant, et l’épanchant au recevant, s’unissant en une seule puissance, on ne pourrait reconnaître que tous deux sont une unique puissance ; mais en s’unissant, à partir d’eux l’on connaît la puissance de l’unité. Or en apercevant la puissance de l’uni de façon manifeste, on ne va plus douter de l’unité en ce qui est caché. C’est ainsi que chaque chose, ou Sephira, sans exception, est épanchant et recevant" Azriel de Gérone, Cha’ar haChoel. Selon Mopsik, "Le sexe des âmes" p. 54 : "Chaque Sephira - et donc l’ensemble de l’Emanation - est à la fois mâle et femelle, épanchant et recevant". "Chacun des degrés sans exceptions de YHVH, béni soit-Il, possède deux forces ; une force reçoit de ce qui est au-dessus d’elle, et sa seconde face épanche de la bonté à ce qui est au-dessous d’elle, jusqu’au nombril de la terre (Malkhut). Chaque degré sans exception se trouve donc posséder deux instances : une puissance de réception pour recevoir l’épanchement de ce qui est au-dessus de lui, et une puissance d’émission pour épancher du bien à ce qui est en dessous de lui, de cette façon les structures sont dites androgynes, en tant que recevant et épanchant. C’est là un grand secret parmi les mystères de la foi", Joseph Gikatila, Cha’aré Orah, chapitre 5 fol. 58b. La question que nous devons nous poser ici est : comment se fait-il que les Sephiroth soient androgynes alors que certaines sont appelées mâles et d’autres femelles ?Il semblerait que cette dernière classification repose plus sur le mode de l’épanchement et de la réception que dans la qualité intrinsèque de la Sephira."En réalité il s’agit de quatre Sephiroth particulières qui reçoivent et épanchent, et tel est le secret de l’androgyne. Pareilles sont les autres dimensions constituant l’unité de la chaîne supérieure sainte et pure, elles relèvent également du secret de l’épanchant et du recevant. Pourquoi certaines sont appelées "femmes" (Binah, Guebourah, Hod et Malkhut) ? Parce que la couleur des dimensions qui s’épanchent en elles est gravée en leur sein et, à travers elles, elle apparaît comme un pilon dans le mortier, car elle ne s’en détache jamais. Quant à toutes les autres dimensions, elles sont imbriquées de la même façon, sauf qu’ici, il y a couleur au-dessus d’une couleur, comme la flamme sur la braise", Fragments d’un commentaires sur la Genèse par J. de Hamadam, traduction par Ch. Mopsik, pages 51-52. Ici, le mot couleur désigne le contenu substantiel caractéristique de chaque Sephira. Selon Hamadam, Kether est uniquement masculine et les autres androgynes, les Sephiroth mâles sont Hokhmah, Hessed, Tiphereth et Netzach. Il existe donc un double état androgynal : l’androgynie féminine (neqèvah) pour les Sephiroth féminines et l’androgynie masculine (zakhar) pour les Sephiroth masculines. Les Parzufim.On dit de la Petite Figure qu'elle traite la lumière comme une femme traite son enfant. L'action est triple : gestation, allaitement et maturité. L'action n'est pas achevée dans la gestation et l'on y trouve donc Victoire-Majesté-Fondement. Dans l'allaitement, où elle est plus achevée, on retrouve Générosité-Rigueur-Splendeur et dans la maturité Sagesse-Discernement-Connaissance.Les deux actions de la Longue Figure sont la subsistance et le bien parfait. La Justice provient de la Longue Figure qui l'adoucit, c'est donc de la Longue Figure que provient tout le bien mais la Justice est nécessaire, la Justice c'est la Petite Figure et le Féminin, du point de vue de ceux qui reçoivent, Petite Figure du point de vue de l’épanchement. Ce qui se trouve entre les deux est le Père et la Mère : "Et tu verras que de même que les causes engendrent leurs effets, le Père et la Mère engendrent la Petite Figure et le Féminin : le Père est la cause lointaine et première et la Mère est la cause prochaine et seconde..."Selon Cordovero, chaque Sephira possède 6 aspects :1- son aspect caché;2- l'aspect sous lequel elle se manifeste;3- l'aspect sous lequel elle se matérialise;4- l'aspect par lequel la Sephira supérieure peut insuffler en elle le pouvoir d'émaner d'autres Sephiroth;5- l'aspect par lequel elle acquiert le pouvoir d'émaner les Sephiroth cachées en son sein;6- l'aspect par lequel la Sephira suivante est émanée.Dans la Kabbale lourianique, Kether est formée comme Parzuf (visage) de ARIKH ANPIN, la Longue Figure, les Sephiroth Hokhmah et Binah deviennent les parzufim d'Abba et d'Imma, le Père et la Mère. De l'union de ces deux parzufim naît le Zeïr Anpin, Petite Figure, qui s'étend de Gedulah à Yessod. Malkhut devint le parzuf de Nukba de Zeïr, la Femme du Zeïr. Ces 5 parzufim sont dans la Kabbale lourianique la forme finale de l'Adam Kadmon."Que le sage ne se glorifie pas de sa sagesse, que le brave ne se glorifie pas de sa bravoure et que le riche ne se glorifie pas de sa richesse mais que celui qui se glorifie se glorifie de ceci : d’être intelligent et de me connaître", Jérémie 9-22,23.Selon les kabbalistes modernes, les Sephiroths seraient en réalité de vrais mondes aussi réels que notre monde physique. Yessod serait ce que certains appellent le monde astral lunaire où se rendent ceux qui expérimentent les états proches de la mort (NDE) et également toutes les personnes décédées dans les premiers moments de leur vie non physique. Courte symbolique hermétique des SephirothLes représentations ci-dessous illustrent la symbolique des Sephiroth dans la tradition hermétique, qui diffère de la tradition juive. Malkouth Signification : RoyaumePlanète : Olahm Yesodoth (la sphère des éléments, la Terre)Elément : la terreCouleur : le brunNombre : 10Image : une Jeune Femme Couronnée, assise sur un TrôneCorrespondance briatique : la stabilitéVertu : discernementVice : avarice & inertieQlipah : staseExpérience Spirituelle : Vision du Saint Ange GardienTitres : la Porte, la Porte de la Mort, la Porte des Larmes, la Porte de la Justice, la Mère inférieure, Malkah, la Reine, Kallah, la Promise, la ViergeNom de Dieu : Adonaï ha Aretz, Adonaï MalekhArchange : SandalphonOrdre Angélique : IshimNoms Communs : le monde réel, la matière physique, la terre, la Terre-Mère, les éléments physiques, le monde naturel, la solidité, la stabilité, l’inertie, la mort corporelle, l’incarnation, … YesodSignification : FondationPlanète : Levanah (la Lune)Elément : l’EtherCouleur : le mauveNombre : 9Image : un homme beau et fortCorrespondance briatique : la réceptivité, la perception, la puretéVertu : l’indépendanceVice : illusion, rêverieQlipah : obéissance aveugleExpérience Spirituelle : la Vision du Mécanisme de l’UniversTitres : le Palais aux ImagesNom de Dieu : Shaddaï el ChaïArchange : GabrielOrdre Angélique : les AngesNoms Communs : perception, imagination, instinct, apparence, la lune, l’inconscient, l’instinct, les liens, l’illusion, les rêves, la divination, l’éther, le sexe, les portes secrètes, … HodSignification : Gloire, SplendeurPlanète : Kokab (Mercure)Elément : AirCouleur : jauneNombre : 8Image : un HermaphroditeCorrespondance briatique : l’abstractionVertu : honnêteté, confianceVice : volontéQlipah : la rigiditéExpérience Spirituelle : la Vision de la SplendeurTitres : aucunNom de Dieu : Elohim TzabaothArchange : RaphaëlOrdre Angélique : Beni ElohimNoms Communs : la raison, l’abstraction, la communication, la conceptualisation, les sciences, le langage, l’argent, les mathématiques, la médecine, la philosophie, la Qabale, la loi, les "droits", la magie rituelle. NetzachSignification : Victoire, FermetéPlanète : Nogah (Vénus)Elément : l’EauCouleur briatique : le vertNombre : 7Image : une magnifique femme nueVertu : ouverture sur les autresVice : fermeture aux autresQlipah : routine, habitudeExpérience Spirituelle : Vision de la Beauté TriomphanteTitres : aucunNom de Dieu : YHVH TsabaothArchange : HanielOrdre Angélique : ElohimNoms Communs : la passion, le plaisir, la luxure, la beauté sensuelle, les sentiments, les émotions - l’amour, la haine, la rage, la joie, la dépression -, la misère, l’excitation, la sympathie, l’empathie, le désir, la magie extatique. TiphérethSignification : BeautéPlanète : Shemesh (le Soleil)Elément : le FeuCouleur briatique : le orange, l'orNombre : 6Image : un roi, un Enfant, un Dieu sacrifiéCorrespondance briatique : centré, totalitéVertu : la dévotion au Grand ŒuvreVice : fierté, importance donnée à sa propre personneQlipah : faussetéExpérience Spirituelle : la vision de l’HarmonieTitres : Melek, le Roi ; Zeïr Anpin, le microprosope ; le Fils ; Rachamin, la charité.Nom de Dieu : Aloah ve DaathArchange : MikhaëlOrdre Angélique : MalahimNoms Communs : l’harmonie, l’intégrité, la totalité, l’auto-sacrifice, la Pierre de Dieu, centre, la Pierre philosophale, l’identité, le plexus solaire, un Roi, le Grand Œuvre. Guebourah Autres noms: Geburah, Gueburah, Gevourah, GuevourahSignification : ForcePlanète : Madim (Mars)Elément :Couleur briatique : le rougeNombre : 5Image : un Puissant GuerrierCorrespondance briatique : le pouvoirVertu : le courage & l’énergieVice : la cruautéQlipah : la bureaucratieExpérience Spirituelle : la vision de la PuissanceTitres : Pachad, la Peur ; Din, la JusticeNom de Dieu : Elohim GiborArchange : KamaëlOrdre Angélique : SeraphimNoms Communs : la puissance, la justice, la rétribution, la Loi dans son exécution, la cruauté, l’oppression, la domination, la sévérité, les arts martiaux. Hessed Signification : MiséricordePlanète : Tzadekh (Jupiter)Elément :Couleur briatique : le bleuNombre : 4Image : un Puissant RoiCorrespondance briatique : l’autoritéVertu : l’humilité & l’obéissanceVice : la tyrannie, l’hypocrisie, la bigoterie & la gloutonnerieQlipah : l’idéologieExpérience Spirituelle : la Vision de l’AmourTitres : Gedulah, la Magnificence, l’Amour, la MajestéNom de Dieu : ElArchange : TsadkielOrdre Angélique : HashmalimNoms Communs : l’autorité, la créativité, l’inspiration, la vision, l’excès, le pouvoir séculier & spirituel, la soumission, la naissance. DaathSignification : la ConnaissanceCette Sephirah, qui n’en est pas une, n’a aucune qualité manifestée & ne peut être invoquée directement.Noms Communs : un trou, un tunnel, une porte, un trou noir, un vortex.Binah Signification : CompréhensionPlanète : Shabbathaï (Saturne)Elément :Couleur briatique : le noirNombre : 3Image : des Vieillards sur des trônesCorrespondance briatique : l'intelligenceVertu : la stabilitéVice : l’inertieQlipah : le fatalismeExpérience Spirituelle : la Vision de la PeineTitres : Aïma, la Mère ; Ama, la Couronne ; Marah, la Mer d’Amertume ; la Mère des Formes, la Mère Supérieure.Nom de Dieu : YHVHArchange : TsaphkielOrdre Angélique : AralimNoms Communs : la limitation, la contrainte, la lenteur, la stérilité, l’incarnation, la karma, le destin, la mère, la fertilité, la mort.HokhmahSignification : SagessePlanète : Mazlot (le Zodiac, les Etoiles Fixes)Couleur briatique : argenté, gris-blancNombre : 2Image : un Homme BarbuCorrespondance briatique : l'harmonie, la musiqueVertu : le bienVice : le malQlipah : l’arbitraireExpérience Spirituelle : la Vision de DieuTitres : Abba, le Père, le Père Supernel.Nom de Dieu : IahArchange : RazielOrdre Angélique : AuphanimNoms Communs : la pure énergie créatrice, la force de vie.Kether Signification : CouronnePlanète : Rashith ha Gilgalim, le Feu Tourbillonnant (le Big Bang)Couleur briatique : le blanc purNombre : 1Image : un homme au visage lumineux comme le soleil sur un troneCorrespondance briatique : l’UnitéVertu : le succèsQlipah : la futilitéExpérience Spirituelle : l’Union avec DieuTitres : l’Ancien des Jours, le Macroprosope, la Tête Blanche, l’Existence des Existences, Rum Maalah.Nom de Dieu : EheiehArchange : MetatronOrdre Angélique : Hahioth ha Qodesh, les Animaux SaintsNoms Communs : l’unité, l’union, tout, la pure conscience, Dieu, la Divinité, la Manifestation, le Commencement, la Source, l’Emanation.
Il Natale sta arrivando e credo che sia importante, in questo periodo, riproporre alcuni brani di un articolo del grandissimo Julius Evola. "Vi sono riti e feste, sussistenti ormai solo per consuetudine nel mondo moderno, che si possono paragonare a quei grandi massi che il movimento delle morene di antichi ghiacciai ha trasportato dalla vastità del mondo delle vette giù, fin verso le pianure. Tali sono, ad esempio, le ricorrenze che come Natale ed anno nuovo rivestono oggi prevalentemente il carattere di una festa familiare borghese, mentre esse sono ritrovabili già nella preistoria e in molti popoli con un ben diverso sfondo, compenetrate da un significato cosmico e universale. Di solito, passa inosservato il fatto che la data del Natale non è convenzionale e dovuto solo ad una particolare tradizione religiosa, ma è determinata da una situazione astronomica precisa: è la data del solstizio d’inverno. E proprio il significato che nelle origini ebbe questo solstizio andò a definire, attraverso un adeguato simbolismo, la festa corrispondente. Si tratta, tuttavia, di un significato che ebbe forte rilievo soprattutto in quei progenitori delle razze indoeuropee, la cui patria originaria si trovava nelle regioni settentrionali e nei quali, in ogni caso, non si era cancellato il ricordo delle ultime fasi del periodo glaciale. In una natura minacciata del gelo eterno l’esperienza del corso della luce del sole nell’anno doveva avere un’importanza particolare, e proprio il punto del solstizio d’inverno rivestiva un significato drammatico che lo distinguerà da tutti gli altri punti del corso annuale del sole. Infatti, nel solstizio d’inverno, il sole, essendo giunto nel suo punto più basso dell’eclittica, la luce sembra spegnersi, abbandonare le terre, scendere nell’abisso, mentre ecco che invece essa di nuovo si riprende, si rialza e risplende, quasi come in una rinascita. Un tale punto valse, perciò, nei primordi, come quello della nascita o della rinascita di una divinità solare. Nel simbolismo primordiale il segno del sole come “Vita”, “Luce delle Terre”, è anche il segno dell’Uomo. E come nel suo corso annuale il sol e muore e rinasce, così anche l’Uomo ha il suo “anno”, muore e risorge. Questo stesso significato fu suggerito, nelle origini, dal solstizio d’inverno, a conferirgli il carattere di un “mistero”. In esso la forza solare discende nella “Terra”, nelle “Acque”, nel “Monte” (ciò in cui, nel punto più basso del suo corso, il sole sembra immergersi), per ritrovare nuova vita. Nel suo rialzarsi, il suo segno si confonde con quello de “l’Albero” che sorge (“l’Albero della Vita” la cui radice è nell’abisso), sia “dell’Uomo cosmico” con le “braccia alzate”, simbolo di resurrezione. Con ciò prende anche inizio un nuovo ciclo, “l’anno nuovo”, la “nuova luce”. Per questo, la data in questione sembra aver coinciso anche con quella dell’inizio dell’anno nuovo (del capodanno). È da notare che anche Roma antica conobbe un “natale solare”: proprio nella stessa data, ripresa successivamente dal cristianesimo, del 24-25 dicembre essa celebrò il Natalis Invicti, o Natalis Solis Invicti (natale del Sole invincibile). In ciò si fece valere l’influenza dell’antica tradizione iranica, da tramite avendo fatto il mithracismo, la religione cara ai legionari romani, che per un certo periodo si disputò col cristianesimo il dominio spirituale dell’Occidente. E qui si hanno interessanti implicazioni, estendendosi fino ad una concezione mistica della vittoria e dell’imperium. Come invincibile vale il sole, per il suo ricorrente trionfare sulle tenebre. E tale invincibilità, nell’antico Iran, fu trasferita ad una forza dall’alto, al cosiddetto “hvareno”. Proprio al sole e ad altre entità celesti, questo “hvareno” scenderebbe sui sovrani e sui capi, rendendoli parimenti invincibili e facendo si che i loro soggetti in essi vedessero uomini che erano più che semplici mortali. Ed anche questa particolare concezione prese piede nella Roma imperiale, tanto che sulle sue monete, spesso ci si riferisce al “sole invincibile”, e che gli attributi della forza mistica di vittoria sopra accennata si confusero non di rado con quelli dell’Imperatore. Tornando al “natale solare” delle origini, si potrebbero rilevare particolari corrispondenze in ciò che ne è sopravvissuto come vestigia, nelle consuetudini della festa moderna. Fra l’altro un’eco offuscata è lo stesso uso popolare di accendere sul tradizionale albero delle luci nella notte di Natale. L’albero, come abbiamo visto, valeva infatti come un simbolo della resurrezione della Luce, di là della minaccia delle notte. Anche i doni che il Natale porta ai bambini costituiscono un’eco remota, un residuo morenico: l’idea primordiale era il dono di luce e di vita che il Sole nuovo, Il “Figlio”, dà agli uomini. Dono da intendersi sia in senso materiale che in senso spirituale. […] Avendo ricordato tutto ciò, sarà bene rilevare che batterebbe una strada sbagliata chi volesse veder qui una interpretazione degradante tale da trascurare il significato religioso e spirituale che ha il Natale da noi conosciuto, riportando all’eredità di una religione naturalistica e per ciò primitiva e superstiziosa. […] Una “religione naturalistica” vera e propria non è mai esistita se non nella incomprensione e nella fantasia di una certa scuola di storia delle religioni […] oppure è esistita in qualche tribù di selvaggi fra i più primitivi. L’uomo delle origini di una certa levatura non adorò mai i fenomeni e le forze della natura semplicemente come tali, egli li adorò solo in quanto e per quel tanto che essi valevano per lui come delle manifestazioni del sacro, del divino in genere. […] la natura per lui non era mai “naturale”. […] Essa presentava per lui i caratteri di un “simbolo sensibile del sovrasensibile”. […] Un mondo di una primordiale grandezza, non chiuso in una particolare credenza, che doveva offuscarsi quando quel che vi corrispose assunse un carattere puramente soggettivo e privato, sussistendo soltanto sotto le specie di feste convenute del calendario borghese che valgono soprattutto perché si t ratta di giorni in cui si è dispensati dal lavorare e che al massimo offrono occasioni di socievolezza e di divertimento nella “civiltà dei consumi”. " Il Natale sta arrivando e credo che sia importante, in questo periodo, riproporre alcuni brani di un articolo del grandissimo Julius Evola. "Vi sono riti e feste, sussistenti ormai solo per consuetudine nel mondo moderno, che si possono paragonare a quei grandi massi che il movimento delle morene di antichi ghiacciai ha trasportato dalla vastità del mondo delle vette giù, fin verso le pianure. Tali sono, ad esempio, le ricorrenze che come Natale ed anno nuovo rivestono oggi prevalentemente il carattere di una festa familiare borghese, mentre esse sono ritrovabili già nella preistoria e in molti popoli con un ben diverso sfondo, compenetrate da un significato cosmico e universale. Di solito, passa inosservato il fatto che la data del Natale non è convenzionale e dovuto solo ad una particolare tradizione religiosa, ma è determinata da una situazione astronomica precisa: è la data del solstizio d’inverno. E proprio il significato che nelle origini ebbe questo solstizio andò a definire, attraverso un adeguato simbolismo, la festa corrispondente. Si tratta, tuttavia, di un significato che ebbe forte rilievo soprattutto in quei progenitori delle razze indoeuropee, la cui patria originaria si trovava nelle regioni settentrionali e nei quali, in ogni caso, non si era cancellato il ricordo delle ultime fasi del periodo glaciale. In una natura minacciata del gelo eterno l’esperienza del corso della luce del sole nell’anno doveva avere un’importanza particolare, e proprio il punto del solstizio d’inverno rivestiva un significato drammatico che lo distinguerà da tutti gli altri punti del corso annuale del sole. Infatti, nel solstizio d’inverno, il sole, essendo giunto nel suo punto più basso dell’eclittica, la luce sembra spegnersi, abbandonare le terre, scendere nell’abisso, mentre ecco che invece essa di nuovo si riprende, si rialza e risplende, quasi come in una rinascita. Un tale punto valse, perciò, nei primordi, come quello della nascita o della rinascita di una divinità solare. Nel simbolismo primordiale il segno del sole come “Vita”, “Luce delle Terre”, è anche il segno dell’Uomo. E come nel suo corso annuale il sol e muore e rinasce, così anche l’Uomo ha il suo “anno”, muore e risorge. Questo stesso significato fu suggerito, nelle origini, dal solstizio d’inverno, a conferirgli il carattere di un “mistero”. In esso la forza solare discende nella “Terra”, nelle “Acque”, nel “Monte” (ciò in cui, nel punto più basso del suo corso, il sole sembra immergersi), per ritrovare nuova vita. Nel suo rialzarsi, il suo segno si confonde con quello de “l’Albero” che sorge (“l’Albero della Vita” la cui radice è nell’abisso), sia “dell’Uomo cosmico” con le “braccia alzate”, simbolo di resurrezione. Con ciò prende anche inizio un nuovo ciclo, “l’anno nuovo”, la “nuova luce”. Per questo, la data in questione sembra aver coinciso anche con quella dell’inizio dell’anno nuovo (del capodanno). È da notare che anche Roma antica conobbe un “natale solare”: proprio nella stessa data, ripresa successivamente dal cristianesimo, del 24-25 dicembre essa celebrò il Natalis Invicti, o Natalis Solis Invicti (natale del Sole invincibile). In ciò si fece valere l’influenza dell’antica tradizione iranica, da tramite avendo fatto il mithracismo, la religione cara ai legionari romani, che per un certo periodo si disputò col cristianesimo il dominio spirituale dell’Occidente. E qui si hanno interessanti implicazioni, estendendosi fino ad una concezione mistica della vittoria e dell’imperium. Come invincibile vale il sole, per il suo ricorrente trionfare sulle tenebre. E tale invincibilità, nell’antico Iran, fu trasferita ad una forza dall’alto, al cosiddetto “hvareno”. Proprio al sole e ad altre entità celesti, questo “hvareno” scenderebbe sui sovrani e sui capi, rendendoli parimenti invincibili e facendo si che i loro soggetti in essi vedessero uomini che erano più che semplici mortali. Ed anche questa particolare concezione prese piede nella Roma imperiale, tanto che sulle sue monete, spesso ci si riferisce al “sole invincibile”, e che gli attributi della forza mistica di vittoria sopra accennata si confusero non di rado con quelli dell’Imperatore. Tornando al “natale solare” delle origini, si potrebbero rilevare particolari corrispondenze in ciò che ne è sopravvissuto come vestigia, nelle consuetudini della festa moderna. Fra l’altro un’eco offuscata è lo stesso uso popolare di accendere sul tradizionale albero delle luci nella notte di Natale. L’albero, come abbiamo visto, valeva infatti come un simbolo della resurrezione della Luce, di là della minaccia delle notte. Anche i doni che il Natale porta ai bambini costituiscono un’eco remota, un residuo morenico: l’idea primordiale era il dono di luce e di vita che il Sole nuovo, Il “Figlio”, dà agli uomini. Dono da intendersi sia in senso materiale che in senso spirituale. […] Avendo ricordato tutto ciò, sarà bene rilevare che batterebbe una strada sbagliata chi volesse veder qui una interpretazione degradante tale da trascurare il significato religioso e spirituale che ha il Natale da noi conosciuto, riportando all’eredità di una religione naturalistica e per ciò primitiva e superstiziosa. […] Una “religione naturalistica” vera e propria non è mai esistita se non nella incomprensione e nella fantasia di una certa scuola di storia delle religioni […] oppure è esistita in qualche tribù di selvaggi fra i più primitivi. L’uomo delle origini di una certa levatura non adorò mai i fenomeni e le forze della natura semplicemente come tali, egli li adorò solo in quanto e per quel tanto che essi valevano per lui come delle manifestazioni del sacro, del divino in genere. […] la natura per lui non era mai “naturale”. […] Essa presentava per lui i caratteri di un “simbolo sensibile del sovrasensibile”. […] Un mondo di una primordiale grandezza, non chiuso in una particolare credenza, che doveva offuscarsi quando quel che vi corrispose assunse un carattere puramente soggettivo e privato, sussistendo soltanto sotto le specie di feste convenute del calendario borghese che valgono soprattutto perché si t ratta di giorni in cui si è dispensati dal lavorare e che al massimo offrono occasioni di socievolezza e di divertimento nella “civiltà dei consumi”. "
There are people that think that we live in the best imaginable world. They are convinced that mankind is on the right track. They believe in the false appearance and see progress everywhere. One day, mankind will have a theory of everything and all problems will be solved. Although they know better, they stick to that hope. They feel free but do not realise how imprisoned they are. They have learned that fright, troubles, pain and sorrow are a normal part of their lives. They cling to their apparent certainties. They seclude themselves from what they do not want to see en do not want to hear and so they are seeing blind en hearing deaf. In a country where from childhood all willows are cut back, no man can form an idea of a willow as it could have been, if it could had turned freely into the tree is was intended to be. In a world where all children are polled and trimmed in their freedom from childhood on because they have to learn to live in this society, no man can imagine a man as he was intended to be. Man has no idea of an independent, free man. At one time, man has been like that, free and only dependent on nature. Now, people live imprisoned in their convictions, traditions, believes and habits, dependent on others, culture and nature. By doing so, they have constructed an artificial, virtual cage. The bars distort their sight on reality. Therefore, mankind lives in an unfair, dishonest society in which the rich become richer, the poor become poorer and where nobody knows the right direction. Because everybody is convinced of the idea that there is no way back only progress is an option without anybody knowing where this progress will lead. Always, there have been people that managed to escape from the cage requiring a lot of pain and struggle, sometimes forced by circumstances, sometimes because they thought that there should be more than the lives they lived and they started to search for another world. If you are on the right track, even without knowing the goal, life should become simpler all the time and perhaps simplicity is the ultimate aim. If you are on the wrong track it becomes more complicated continuously until you are strangled in it. In his Allegory of the Cave Plato describes how people get disturbed if they leave the world of shadows in the cave and behold the light. In all cultures, the same metaphor exists and for that reason, there has to be a nucleus of truth in it. Those that stayed in their blessed contemplation are called mystics. Others, who returned to the cave and were indignant with everything they saw, were called prophets. Humankind has known many prophets. No one of them has been able to show the way out to the ones in chains. Perhaps, they all lacked an overview of the consequences of their discovery. Perhaps, they were not able to show the way out unequivocal. Or, did they always get the worst of the establishment and is he right when Plato writes: "if anyone would try to free them and lead them upwards would they not kill him if caught?" Around 2000 years ago, someone escaped from the world of shadows and came back to tell those who stayed behind of the real life and to show them the way out. At that time, they claimed he had risen from dead, became man or had awoken. Nowadays, people would claim he had reached enlightenment. He had experienced that righteousness is the condition to reach simplicity and blessedness and that it is difficult to live as a righteous in an unrighteous world, as a living amongst the death. The righteousness and compassion with the chained ones demands you to go back. He preached a completely different way of life and not a different way of thinking.The story is that the establishment killed him, his words are misunderstood and that they turned his life into a religion. Humankind took possession of the messenger and did not understand the message. If somebody has seen a beautiful theatrical performance he can tell about it enthusiastically, but he would better show people the way to the theatre. His metaphors of the unspeakable made his message unclear. The experience is not expressible in words. For that reason, he gave people the opportunity to take his words figuratively and his life literally. In fact, he was an ordinary man who dedicated himself completely to a just world. He was convinced people would follow him, would become like him and would return to the simplicity and blessedness in mass. To a world of love and without power. He had seen through society as being a colossus with feet of clay and expected to bring down Goliath like David by hitting him between the eyes where the intellectual capacity is nested. He had expected that still during his life justice would spread among mankind like a tidal wave. He realised how threatening his message was to the power of the men in power, the knowledge of the scholar, the property of the rich and the fake wisdom of the clergy. And, nothing has changed since. Still it is true that a camel will pass sooner through the eye of a needle than a man clung to his properties will become righteous. The words of the teacher of righteousness, some people call him "Jesus", are probably best and least distorted preserved in the gospel of Thomas. The question remains if "Jesus" is not merely a metaphor of the Logos, the conscience or the inner voice, and if the personification "Jesus" has been used merely as a vehicle to carry the message. Ultimately, it does not matter because it is the message and not the messenger that counts. After having been passed on orally over time the words have been written down by disciples, who clearly did not understand the essence, which has lead to some strange and incomprehensible changes. It must have been a very simple message and yet scientists have studied the texts for decades without being able to decode the message.They devote their attention, so to speak, to the treasuremap, and fail to sett of for the search of the treasure. Only someone who has freed himself of the world of shadows too can understand the message of the statements. Could it then be that you do not have to be educated but wise to understand it? Stripped of the mystical and gnostic distortions and with only the signposts on the road remaining the maxims are indeed very simple. The words preach a radical and non-violent revolution through a return to the origin, back to basics, where the end will be like the beginning again. Did he realise that the effect would be a collapse of the whole society, of all structures of power and that eventually no stone would remain on the other? Although the message uses the terminology of that time indeed, the contents are timeless and concern mankind. Briefly summarised it comes down to: "Do NOT do unto others what you do NOT want them to do unto you".It is new that the others include children too because that no longer justifies our way of educating them. The second elucidation is that creation is put on a par with the Father who flows through the whole creation. Therefore, creation includes the other too. That deprives us of the justification to abuse creation and to destroy it. Spinoza wrote that God and Nature are one and the same and that it comes to the same thing. What the teacher envisaged was for every man to become like him, one world with only enlightened, blessed people, enjoying themselves, the others and creation. One true community of whole people. In the world he envisaged happiness, freedom and the paradise are unconditional and within reach for everybody. In today’s society all this is conditional and an utopia, unreachable for anybody. People still did not dare. There are people that think that we live in the best imaginable world. They are convinced that mankind is on the right track. They believe in the false appearance and see progress everywhere. One day, mankind will have a theory of everything and all problems will be solved. Although they know better, they stick to that hope. They feel free but do not realise how imprisoned they are. They have learned that fright, troubles, pain and sorrow are a normal part of their lives. They cling to their apparent certainties. They seclude themselves from what they do not want to see en do not want to hear and so they are seeing blind en hearing deaf. In a country where from childhood all willows are cut back, no man can form an idea of a willow as it could have been, if it could had turned freely into the tree is was intended to be. In a world where all children are polled and trimmed in their freedom from childhood on because they have to learn to live in this society, no man can imagine a man as he was intended to be. Man has no idea of an independent, free man. At one time, man has been like that, free and only dependent on nature. Now, people live imprisoned in their convictions, traditions, believes and habits, dependent on others, culture and nature. By doing so, they have constructed an artificial, virtual cage. The bars distort their sight on reality. Therefore, mankind lives in an unfair, dishonest society in which the rich become richer, the poor become poorer and where nobody knows the right direction. Because everybody is convinced of the idea that there is no way back only progress is an option without anybody knowing where this progress will lead. Always, there have been people that managed to escape from the cage requiring a lot of pain and struggle, sometimes forced by circumstances, sometimes because they thought that there should be more than the lives they lived and they started to search for another world. If you are on the right track, even without knowing the goal, life should become simpler all the time and perhaps simplicity is the ultimate aim. If you are on the wrong track it becomes more complicated continuously until you are strangled in it. In his Allegory of the Cave Plato describes how people get disturbed if they leave the world of shadows in the cave and behold the light. In all cultures, the same metaphor exists and for that reason, there has to be a nucleus of truth in it. Those that stayed in their blessed contemplation are called mystics. Others, who returned to the cave and were indignant with everything they saw, were called prophets. Humankind has known many prophets. No one of them has been able to show the way out to the ones in chains. Perhaps, they all lacked an overview of the consequences of their discovery. Perhaps, they were not able to show the way out unequivocal. Or, did they always get the worst of the establishment and is he right when Plato writes: "if anyone would try to free them and lead them upwards would they not kill him if caught?" Around 2000 years ago, someone escaped from the world of shadows and came back to tell those who stayed behind of the real life and to show them the way out. At that time, they claimed he had risen from dead, became man or had awoken. Nowadays, people would claim he had reached enlightenment. He had experienced that righteousness is the condition to reach simplicity and blessedness and that it is difficult to live as a righteous in an unrighteous world, as a living amongst the death. The righteousness and compassion with the chained ones demands you to go back. He preached a completely different way of life and not a different way of thinking.The story is that the establishment killed him, his words are misunderstood and that they turned his life into a religion. Humankind took possession of the messenger and did not understand the message. If somebody has seen a beautiful theatrical performance he can tell about it enthusiastically, but he would better show people the way to the theatre. His metaphors of the unspeakable made his message unclear. The experience is not expressible in words. For that reason, he gave people the opportunity to take his words figuratively and his life literally. In fact, he was an ordinary man who dedicated himself completely to a just world. He was convinced people would follow him, would become like him and would return to the simplicity and blessedness in mass. To a world of love and without power. He had seen through society as being a colossus with feet of clay and expected to bring down Goliath like David by hitting him between the eyes where the intellectual capacity is nested. He had expected that still during his life justice would spread among mankind like a tidal wave. He realised how threatening his message was to the power of the men in power, the knowledge of the scholar, the property of the rich and the fake wisdom of the clergy. And, nothing has changed since. Still it is true that a camel will pass sooner through the eye of a needle than a man clung to his properties will become righteous. The words of the teacher of righteousness, some people call him "Jesus", are probably best and least distorted preserved in the gospel of Thomas. The question remains if "Jesus" is not merely a metaphor of the Logos, the conscience or the inner voice, and if the personification "Jesus" has been used merely as a vehicle to carry the message. Ultimately, it does not matter because it is the message and not the messenger that counts. After having been passed on orally over time the words have been written down by disciples, who clearly did not understand the essence, which has lead to some strange and incomprehensible changes. It must have been a very simple message and yet scientists have studied the texts for decades without being able to decode the message.They devote their attention, so to speak, to the treasuremap, and fail to sett of for the search of the treasure. Only someone who has freed himself of the world of shadows too can understand the message of the statements. Could it then be that you do not have to be educated but wise to understand it? Stripped of the mystical and gnostic distortions and with only the signposts on the road remaining the maxims are indeed very simple. The words preach a radical and non-violent revolution through a return to the origin, back to basics, where the end will be like the beginning again. Did he realise that the effect would be a collapse of the whole society, of all structures of power and that eventually no stone would remain on the other? Although the message uses the terminology of that time indeed, the contents are timeless and concern mankind. Briefly summarised it comes down to: "Do NOT do unto others what you do NOT want them to do unto you".It is new that the others include children too because that no longer justifies our way of educating them. The second elucidation is that creation is put on a par with the Father who flows through the whole creation. Therefore, creation includes the other too. That deprives us of the justification to abuse creation and to destroy it. Spinoza wrote that God and Nature are one and the same and that it comes to the same thing. What the teacher envisaged was for every man to become like him, one world with only enlightened, blessed people, enjoying themselves, the others and creation. One true community of whole people. In the world he envisaged happiness, freedom and the paradise are unconditional and within reach for everybody. In today’s society all this is conditional and an utopia, unreachable for anybody. People still did not dare.
La letteratura e la saggistica contemporanea pullulano di riferimenti al Santo Graal, spesso riprendendo concetti distorti e raccogliticci su questo grande simbolo. In effetti, però, per comprendere il senso reale del Graal, come ho tentato di fare nel mio “Il Graal è dentro di noi”, è necessario partire dalle radici della sua comparsa nella cultura occidentale, radici che, essenzialmente, sono da ricercarsi nella letteratura romanza tra X e XI secolo. A prima vista, potrebbe sembrare che il filone letterario graaliano si estenda lungo un arco storico pressoché infinito, dalle origini della letteratura occidentale fino ai giorni nostri. In effetti, però, il corpus centrale dei romanzi del Graal si dispiega in un periodo temporalmente molto limitato, sostanzialmente tra il 1180 e il 1240. In questo lasso di tempo, l'esplosione del tema è realmente impressionante, con una quantità notevole di scritti in francese, ma anche in tedesco, inglese, norvegese, italiano e portoghese. Dopo il tredicesimo secolo, le aggiunte al nucleo narrativo originario sono pressoché nulle e si può tranquillamente affermare che il ciclo, come gran parte dei temi medioevali, venga completamente dimenticato, per essere recuperato solo dal movimento romantico all'inizio dell' '8001 . Quando pensiamo al Graal come alla coppa che contenne il sangue di Cristo, in realtà ci riferiamo ad una trilogia metrica di Robert de Boron, composta presumibilmente tra il 1270 e il 1312, di cui solo la prima parte, il Joseph d'Arimathie, e una porzione della seconda, il Merlin, ci sono giunte, e che è, comunque, già tarda rispetto al nucleo narrativo originario. In effetti, della grande proliferazione produttiva tra X e XI secolo, solo pochissimi scritti appaiono essere realmente ‘originali’: la gran parte dei testi sono solo continuazioni o rielaborazioni personali, secondo il costume trobadorico, di alcune opere fondative individuabili, essenzialmente, in pochi testi ben definiti. Di questi, il Conte del Graal Chre(s)tien de Troyes viene normalmente indicato come il vero iniziatore del filone. Scritto in ottonari a rima baciata, dopo il 1180, da Chré(s)tien (Khristianus) de Troyes, poeta attivo tra il 1160 e il 1190, di cui sappiamo solo che, come si ricava dalle sue opere, era originario della Champagne (provenienza attestata anche dai tratti regionali della lingua da lui usata) e che svolse la maggior parte della sua attività alla corte comitale di Troyes per legarsi, da ultimo, a Filippo d'Alsazia conte di Fiandra, cui dedicò la sua opera maggiore (lasciata incompiuta alla morte), il Conte ci racconta del Graal più per quello che non dice che per quello che dice. Nel testo, infatti, che, per altro, non ha, relativamente al periodo di composizione, uno spiccato carattere religioso2, il Graal non è mai chiaramente identificato. Di esso, alla sua prima apparizione nel poema, si dice in realtà solo che è un contenitore e solo nella parte finale del poema, proprio nel punto in cui si interrompe la parte realmente scritta da Chrétien, si specifica: “Il santo Graal conteneva ciò di cui si nutriva il vecchissimo padre del re pescatore, che stava in una camera contigua e che non si nutriva come voi di cibo terreno. Ma ogni volta che veniva offerta un'altra ortata, il santo Graal passava nuovamente per la sala e veniva portato a lui, al vegliardo che si nutriva solo del contenuto del Graal. Eri stato accompagnato lì da Gurnemanz, che ti aveva detto di non far troppe domande. Perciò non avevi chiesto perché la lancia sanguinasse, né che cosa significasse la coppa del Graal, di cui neanche sapevi il nome”3 Dunque, il Graal sarebbe una coppa contenente l'Ostia, una sorta di incrocio tra la patena e il calice eucaristico. Le cose, però, sono meno semplici di quanto possano apparire. In realtà il traduttore, definendo il Graal ‘coppa’, si è lasciato influenzare dall'interpretazione più ricorrente, di derivazione però, come si è detto, posteriore (da Robert di Boron): Chrétien, nel verso sottolineato, parla propriamente di basin e non di coppa e basin in vetero-francese sta a significare ogni sorta di contenitore4, ragion per cui, dovremmo più correttamente parlare di contenitore del Graal o di Graal come contenitore, il che non aggiunge nulla a quanto già sapevamo, se non che il nostro Graal-contenitore, può contenere in sè l'Ostia. La ricerca di significato sull'oggetto Graal subisce dunque, nel momento in cui il più antico scritto che ne tratta non specifica assolutamente la natura oggettuale del nostro oggetto di analisi, una brusca interruzione. Ci viene però in aiuto un dato cronologico e testuale di notevole importanza. Analizzando un altro testo base da cui attingere informazioni ‘originali’, il Parzival di Wolfram Von Eschenbach, si può notare immediatamente che si tratta di uno scritto posteriore al Conte, quantomeno perché, anche senza ricorrere a prove filologiche e storico-linguistiche, Wolfram cita apertamente Chrétien, dicendo che la sua interpretazione del Graal come ‘contenitore’ è errata. Ciò che più ci interessa è quella che Wolfram definisce come la sua fonte diretta: egli afferma di aver tratto la sua materia (e conseguentemente la sua interpretazione del Graal) da un testo datogli dal suo protettore, Hermann di Turingia, da questi posseduto fin dal 1177. Aggiunge, inoltre, di averlo integrato con le informazioni che gli provenivano dai racconti di un certo Kyot (Guiot?) di Provenza, quasi certamente un trovatore errante di cui non si ha, oggi, alcuna conoscenza (il che ha fatto pensare molti critici contemporanei5 che si trattasse di un semplice artificio letterario che, però, per ragioni che vedremo, non avrebbe molto senso). A sua volta, Kyot avrebbe appreso le sue conoscenze sul Graal da un manoscritto arabo di tale Flegetanis, abbandonato nella biblioteca di Toledo (riconquistata dai cristiani di Alfonso VI nel 10856) . Ora, mettendo insieme i vari passaggi e i riferimenti cronologici fornitici da Wolfram stesso, è chiaro che ci troviamo davanti a una fonte, per quanto indiretta, ben precedente rispetto al Conte. Anche riguardo a Wolfram Von Eschenbach si sa abbastanza poco: nativo della Franconia (c.1170), soggiornò a lungo alla corte del langravio Hermann di Turingia e, a parte qualche poemetto amorosa, resta nella storia della letteratura proprio per il Parzival. Di per sè, la trama di quest'opera, composta da circa 25.000 versi e databile tra il 1200 ed il 1210, ha molti tratti comuni con il Conte: Parzifal, ragazzo ingenuo e rozzo, lascia il castello dove vive protetto dalla madre e, come i cavalieri che ammira e il cui modello segue, impara a essere riservato e a tacere. Ma deve imparare anche ad andare oltre le regole dell'educazione cortese e dell'etica cavalleresca e a parlare e interrogare quando il destino lo vuole. Sia la madre prima di partire, sia Gurnemanz, che si è fatto carico della sua educazione cortese, gli hanno raccomandato comportamenti gentili e prudenti, e soprattutto il riserbo. Ma questa educazione mondana, approvata dai suoi simili, non gli gioverà nell'incontro fatale con il Re Pescatore Anfortas. Parzifal giunge, guidato dal suo cavallo che procede a briglie sciolte, al palazzo del re, che è ferito, con una piaga sempre aperta, simbolo del peccato carnale inconciliabile con la purezza che i guardiani del santo Graal debbono conservare. Anfortas soffre senza speranza, e con lui tutta la corte. Basterebbe che Parzifal facesse una sola domanda, quella ‘vera’, e chiedesse al re cosa lo fa soffrire: la guarigione del re riporterebbe la gioia alla sua corte. Parzifal invece, memore del riserbo cortese, tace, commettendo una colpa fatale di cui, come negli antichi drammi greci, è inconsapevole. Solo dopo molte avventure, umiliandosi e riconoscendo la superiorità della incomprensibile volontà divina che lo ha condannato alla disperazione, Parzifal potrà ritornare al castello del Graal, interrogare Anfortas ed essere, infine, proclamato egli stesso re7. Lasciando da parte il tema, per altro di grande interesse e spesso analizzato in molti saggi8, relativo al discrimine tra perfezione cortese-mondana e perfezione cristiana-mistica e quello, collegato a tale concetto, del processo di elevazione morale dalle tenebre terrene alla luce divina, tipico degli scritti mistici medioevali, temi che, probabilmente, dovevano, nelle intenzioni della riscrittura di Wolfram di elementi precedenti, risultare centrali, i veri nuclei d'interesse per il nostro percorso risiedono, in particolare, nella visione che l'autore tedesco eredita del Graal come di una pietra. Prima di affrontare a fondo l'analisi di questo dato è, però, opportuno cercare di liberare il campo da possibili obiezioni riguardanti la predatazione degli elementi significativi del racconto rispetto alla redazione del poeta francone. Che Wolfram si rifaccia a Chrétien è non solo chiaro dai numerosi riferimenti testuali al suo predecessore, ma, come già accennato, è l'autore stesso a richiamare, seppure in forma negativa, il Conte, sottolineando l'errore interpretativo del poeta francese. Il che, per altro, non stupisce minimamente: in periodo trobadorico l'acquisizione e la reinterpretazione della materia di un altro poeta, lungi dall'essere considerati una sorta di plagio, erano visti come un elemento di pregio, per la capacità di aggiungere un nuovo tassello a un ciclo consolidato9. Perché, dunque, Wolfram avrebbe dovuto accampare altre fonti per il suo racconto? E poi, quali fonti? Prosaicizzando il testo, Wolfram afferma, quasi letteralmente: “Il ben noto maestro Kyot trovò a Toledo, in mezzo ai manoscritti abbandonati, la materia di questa avventura, scritta in caratteri arabi. Prima dovette imparare a decifrare la scrittura (ma non cercò di iniziarsi alla magia nera); fu un gran vantaggio che egli avesse ricevuto il battesimo, perché altrimenti questa storia sarebbe rimasta sconosciuta. Non esiste infatti nessun pagano abbastanza saggio da poterci rivelare la natura del Graal e le sue segrete virtù. Un pagano (arabo), un certo Flegetanis, era molto famoso per il suo sapere. E' lui che scrisse l'avventura del Graal. Il pagano Flegetanis era in grado di predire il declino di ogni stella e il momento del suo ritorno. Esaminando le costellazioni scoprì misteri profondi di cui parlava tremando. Si trattava, diceva, di un oggetto che si chiama il Graal. Ne aveva letto chiaramente il nome nelle stelle. Un gruppo di angeli l'aveva deposto sulla terra e poi era volato via, al di là delle stelle. Da allora solo degli uomini diventati cristiani con il battesimo, puri come angeli, avrebbero dovuto prenderne cura. Così scrisse Flegetanis. Kyot, il saggio, cercò nei libri latini dove mai potesse vivere un popolo abbastanza puro e incline a una vita di rinunce per diventare custode del Graal. Lesse le cronache dei regni di Francia, di Bretagna e d'Irlanda, finchè, in Anjou, trovò quel che cercava.”10 Insomma, ciò che viene scritto dal misterioso pagano Flegetanis deve passare dal filtro di Kyot, il cristiano, per essere poi leggibile per altri cristiani (non dimentichiamoci che siamo in pieno clima crociato!): per quale ragione Wolfram avrebbe dovuto rischiare di depauperare la materia del suo scritto citando come fonte prima un pagano se così non fosse stato realmente? Forse per dare un maggiore prestigio alla sua opera? Ma non sarebbe bastato il riferimento al celeberrimo poema di Chrétien (che oggi definiremmo un vero e proprio best seller dell'epoca)? E ancora: su che basi si fondano le presunzioni critiche riguardanti l'interpretazione di Kyot come ‘artificio letterario’? Essenzialmente sulla impossibilità di avere notizie storiche su questo poeta, ma si tratta di un fatto assolutamente normale: stiamo parlando di un trovatore probabilmente della fine del XII secolo, cioè di un periodo in cui questi cantori, per lo più erranti, erano numerosissimi e solo di pochissimi di essi ci è giunta qualche pur minima notizia storica. Inoltre Kyot (o, più probabilmente, vista la provenienza, Guiot), evidentemente, trattava di materia di provenienza musulmana e molto difficilmente sarebbe potuto passare indenne dalle maglie inquisitoriali, sia nel periodo immediatamente successivo alla sua presunta produzione sia, soprattutto, in periodi posteriori di roghi di libri e ‘damnationes memoriae’. Infine, senza un ponte reale con civiltà extraeuropee, in che modo avrebbe potuto Wolfram inserire così vasti riferimenti al mondo orientale? Ezio Albrile, recensendo un testo di Giuseppe Acerbi, scrive: “Chiunque legga con occhio filologico il Parzival di Wolfram von Eschenbach non può non notare infatti le fortissime affinità con il mondo iranico pre-islamico”11. A sua volta Robert Graham menziona elementi di parallelismo tra i riferimenti storici del Von Eschembach e la Tavola Solare etiopica, lo Jamshid persiano e addirittura il Cridavena, il paradiso hindu12. Riferimenti di questo tipo sarebbero stati davvero impossibili per un cavaliere tedesco di inizio 1200, a meno di non pensare, come Lincoln, Baigent e Leigh13, a una supposta affiliazione di Wolfram ai Templari (largamente citati nel Parzival), cioè all'Ordine monastico-cavaleresco che sarà il vero trait-d'union culturale tra medioriente e occidente. É un'ipotesi suggestiva che spiegherebbe, tra l'altro, la spiccata spiritualità di S.Bernardo (estensore della Regola dell'Ordine) che permea tutto il poema di Wolfram. Ma anche in questo caso perché parlare tanto diffusamente dei Templari nel testo e poi negarne una eventuale paternità della materia in oggetto, attribuendola a uno sconosciuto trovatore? Non sembrerebbe una cosa sensata, soprattutto qualora il Von Eschenbach avesse voluto, come appare evidente, scrivere un lungo elogio dei Templari e della loro mistica. Ma concentriamoci sulla definizione di Graal che ci viene data dal Von Eschembach: Una pietra, dunque, semplicemente una pietra, grigia e umile, così come umile deve essere colui che intenda conquistarla14. Naturalmente, però, non si tratta di una pietra qualunque. Wolfram la descrive come: “...una pietra del genere più puro [...] chiamata lapis exillis. [Se un uomo continuasse a guardare] la pietra per duecento anni, [il suo aspetto] non cambierebbe: forse solo i suoi capelli diventerebbero grigi”15. E questa non è che una delle sue incredibili caratteristiche: i suoi guardiani, i Templeisen, vivono nutrendosi unicamente della sua energia; solo chi conosce una totale purezza morale può sollevarla e trasportarla e ogni anno il suo potere è rinnovato grazie a un' Ostia consacrata che, durante il Venerdì Santo, una colomba posa su di essa. Più avanti nel poema, Wolfram ci fornisce ulteriori spiegazioni sulla sua origine: si tratterebbe, secondo il poeta tedesco, di un frammento dello smeraldo caduto dalla fronte di Lucifero durante la sua caduta. In un primo tempo esso sarebbe stato affidato in custodia agli ‘angeli neutrali’ (quelli, cioè, che nella grande lotta celeste non avevano preso posizione né per Dio né contro di Lui)16, per poi passare nelle mani di Adamo nel Paradiso terrestre17 e, dopo la cacciata di questi, essere consegnato a Titurel, il ‘Re Pescatore’, primo re del Graal, che, coadiuvato dai suoi Templeisen, custodisce la Santa Pietra nel castello di Munsalvaesche18. Come intendere il senso della definizione che Wolfram dà del Graal come ‘Lapis Exillis’? Le interpretazioni sono state numerose e spesso notevolmente discordanti. Di per sé, Lapis Exil(l)is significherebbe ‘pietra sottile’, il che potrebbe essere inteso come ‘piccola pietra’, simbolo di umiltà o come, secondo un successivo utilizzo alchemico del termine, ‘pietra di difficile invenimento’. D'altra parte, tali interpretazioni comporterebbero la caduta della L, che non sarebbe necessaria nella evoliana19 interpretazione di ‘Lapis Exiliìs’, ‘pietra dell'esilio’, ad intendere l'elemento rimanente dopo la cacciata di Adamo (sebbene abbiamo osservato che, dopo la cacciata, durante l'esilio, la pietra non rimane ad Adamo, cioè agli uomini comuni...). L'interpretazione più diffusa resta comunque quella abbracciata anche dal grande René Guenon20 che intende ‘Lapis Exiliis’ come crasi di ‘Lapis Ex-Coelis’, ‘pietra del cielo’, sia in quanto caduta dal cielo con Lucifero, sia come ‘chiave di volta’, ‘pietra angolare’ (dunque posta dall'alto) dell'Edificio cristiano, semioticamente assimilabile al Cristo stesso. In realtà, però, osservando oggettivamente questa interpretazione, non si può non avvertire una certa dissonanza. perché, in un apparato fortemente improntato all'esaltazione cristiano-crociata, velare il significato ultimo dell'oggetto della quest con una crasi che lo rende quasi irriconoscibile? E, a maggior ragione, perché farlo quando poi viene inserito all'interno di un apparato in cui si intersecano numerosi riferimenti biblici (dalla caduta di Lucifero all'Ostia consacrata)? Allargando, inoltre, il discorso all'intera opera di Wolfram, questa dissonanza in qualche modo permane. Spesso, leggendo l'intero testo poetico, si ha l'impressione di una sorta di giustapposizione, non sempre perfettamente amalgamata, tra elementi cristiani ed elementi ‘altri’, precedenti, quasi che il poeta tedesco abbia voluto cristianizzare, con una patina di simboli e riferimenti, una materia che (come d'altra parte ci dice egli stesso, raccontandoci delle sue fonti), direttamente o indirettamente (Kyot?), gli era giunta in altra forma, una forma che, per i suoi numerosi addentellati a simboli estranei all'occidente cristianizzato, potremmo tranquillamente sbilanciarci a definire medio-orientale. Di fatto, comunque, sulla base di quanto esposto in precedenza, siamo in grado di definire il Parzival, in virtù delle sue fonti letterarie, la prima vera storia scritta riguardante la tradizione occidentale del Graal, una storia scritta che definisce, qualunque ne sia l'interpretazione possibile, il Graal come una pietra. É da questo punto, dunque, che ogni indagine sul Santo Graal deve proseguire. ========== 1 Cfr. Richard Barber, The Holy Grail: Imagination and Belief, Harvard University Press, 2004, passim 2 Come giustamente nota Albert Redfield nel suo Mistery of the Grail, London, Compton, 1998, pgg. 121-123 3 Cfr. Giovanni Spena Garroni, Le Comte du Graal, Torino, Carrocci, 1981, pag. 98 4 Cfr. Pierre Rohmer, Dictionaire Philologique Romand, Marseille, Mediterranée, 1992, pag. 267 5 Ad esempio Ellie Crystal in The Alchemy of Time, N.Y., EAN, 2003 6 Cfr. Jesus Cantahar, Historia de la Ciudad de Toledo, Toledo, Perineo, 2006, pgg. 154 ss. 7 Cfr. Antenati, citato, passim 8 Ad esempio Enrico Accarati, L'Etica Cistercense e la Mistica Medioevale, Roma, Theorema, 1998, passim 9 Cfr. Romano Antonacci, La poesia bassomedioevale, Bari, Laterza, 1988, pgg. 41 ss. 10 Trasposizione tratta da Edmond Bergheaud, Analisi storico-letteraria del Santo Graal, in AA.VV., A la Recherce du Graal, Editions de cremille, Geneve, 1970, pgg. 40-42 , trad. di M. Tomatis 11 Cfr. Ezio Albrile, Arcebi e il Graal, Centro Studi La Runa (http://www.centrostudilaruna.it), 2000 12 Cfr. Robert Graham, From East to West: a Cultural Journey in Middle Ages, Hoffenback, Toronto, 2003, passim 13 Cfr. Lincoln, Baigent e Leigh, Holy Blood, Holy Graal, Milano, Mondadori, 1992 14 Così René Guenon, Simboli della Scienza Sacra, Torino, Adelphi, 1990, pag. 67 15 Parafrasi tratta da: Arcangelo Morigi, Parsifal - Storia di un mito, Aretè, Roma, 1991, pag. 37 16 Cfr. Bergheaud, citato, pgg. 53 ss. 17 Cfr. Julius Evola, Il Mistero del Graal, Roma, Mediterranee, 1994, pag. 76 18 Cfr. Bergheaud, citato, pgg. 61 ss. 19 Cfr. Evola, citato, pgg. 112 ss. 20 Cfr. Guenon, citato, passim La letteratura e la saggistica contemporanea pullulano di riferimenti al Santo Graal, spesso riprendendo concetti distorti e raccogliticci su questo grande simbolo. In effetti, però, per comprendere il senso reale del Graal, come ho tentato di fare nel mio “Il Graal è dentro di noi”, è necessario partire dalle radici della sua comparsa nella cultura occidentale, radici che, essenzialmente, sono da ricercarsi nella letteratura romanza tra X e XI secolo. A prima vista, potrebbe sembrare che il filone letterario graaliano si estenda lungo un arco storico pressoché infinito, dalle origini della letteratura occidentale fino ai giorni nostri. In effetti, però, il corpus centrale dei romanzi del Graal si dispiega in un periodo temporalmente molto limitato, sostanzialmente tra il 1180 e il 1240. In questo lasso di tempo, l'esplosione del tema è realmente impressionante, con una quantità notevole di scritti in francese, ma anche in tedesco, inglese, norvegese, italiano e portoghese. Dopo il tredicesimo secolo, le aggiunte al nucleo narrativo originario sono pressoché nulle e si può tranquillamente affermare che il ciclo, come gran parte dei temi medioevali, venga completamente dimenticato, per essere recuperato solo dal movimento romantico all'inizio dell' '8001 . Quando pensiamo al Graal come alla coppa che contenne il sangue di Cristo, in realtà ci riferiamo ad una trilogia metrica di Robert de Boron, composta presumibilmente tra il 1270 e il 1312, di cui solo la prima parte, il Joseph d'Arimathie, e una porzione della seconda, il Merlin, ci sono giunte, e che è, comunque, già tarda rispetto al nucleo narrativo originario. In effetti, della grande proliferazione produttiva tra X e XI secolo, solo pochissimi scritti appaiono essere realmente ‘originali’: la gran parte dei testi sono solo continuazioni o rielaborazioni personali, secondo il costume trobadorico, di alcune opere fondative individuabili, essenzialmente, in pochi testi ben definiti. Di questi, il Conte del Graal Chre(s)tien de Troyes viene normalmente indicato come il vero iniziatore del filone. Scritto in ottonari a rima baciata, dopo il 1180, da Chré(s)tien (Khristianus) de Troyes, poeta attivo tra il 1160 e il 1190, di cui sappiamo solo che, come si ricava dalle sue opere, era originario della Champagne (provenienza attestata anche dai tratti regionali della lingua da lui usata) e che svolse la maggior parte della sua attività alla corte comitale di Troyes per legarsi, da ultimo, a Filippo d'Alsazia conte di Fiandra, cui dedicò la sua opera maggiore (lasciata incompiuta alla morte), il Conte ci racconta del Graal più per quello che non dice che per quello che dice. Nel testo, infatti, che, per altro, non ha, relativamente al periodo di composizione, uno spiccato carattere religioso2, il Graal non è mai chiaramente identificato. Di esso, alla sua prima apparizione nel poema, si dice in realtà solo che è un contenitore e solo nella parte finale del poema, proprio nel punto in cui si interrompe la parte realmente scritta da Chrétien, si specifica: “Il santo Graal conteneva ciò di cui si nutriva il vecchissimo padre del re pescatore, che stava in una camera contigua e che non si nutriva come voi di cibo terreno. Ma ogni volta che veniva offerta un'altra ortata, il santo Graal passava nuovamente per la sala e veniva portato a lui, al vegliardo che si nutriva solo del contenuto del Graal. Eri stato accompagnato lì da Gurnemanz, che ti aveva detto di non far troppe domande. Perciò non avevi chiesto perché la lancia sanguinasse, né che cosa significasse la coppa del Graal, di cui neanche sapevi il nome”3 Dunque, il Graal sarebbe una coppa contenente l'Ostia, una sorta di incrocio tra la patena e il calice eucaristico. Le cose, però, sono meno semplici di quanto possano apparire. In realtà il traduttore, definendo il Graal ‘coppa’, si è lasciato influenzare dall'interpretazione più ricorrente, di derivazione però, come si è detto, posteriore (da Robert di Boron): Chrétien, nel verso sottolineato, parla propriamente di basin e non di coppa e basin in vetero-francese sta a significare ogni sorta di contenitore4, ragion per cui, dovremmo più correttamente parlare di contenitore del Graal o di Graal come contenitore, il che non aggiunge nulla a quanto già sapevamo, se non che il nostro Graal-contenitore, può contenere in sè l'Ostia. La ricerca di significato sull'oggetto Graal subisce dunque, nel momento in cui il più antico scritto che ne tratta non specifica assolutamente la natura oggettuale del nostro oggetto di analisi, una brusca interruzione. Ci viene però in aiuto un dato cronologico e testuale di notevole importanza. Analizzando un altro testo base da cui attingere informazioni ‘originali’, il Parzival di Wolfram Von Eschenbach, si può notare immediatamente che si tratta di uno scritto posteriore al Conte, quantomeno perché, anche senza ricorrere a prove filologiche e storico-linguistiche, Wolfram cita apertamente Chrétien, dicendo che la sua interpretazione del Graal come ‘contenitore’ è errata. Ciò che più ci interessa è quella che Wolfram definisce come la sua fonte diretta: egli afferma di aver tratto la sua materia (e conseguentemente la sua interpretazione del Graal) da un testo datogli dal suo protettore, Hermann di Turingia, da questi posseduto fin dal 1177. Aggiunge, inoltre, di averlo integrato con le informazioni che gli provenivano dai racconti di un certo Kyot (Guiot?) di Provenza, quasi certamente un trovatore errante di cui non si ha, oggi, alcuna conoscenza (il che ha fatto pensare molti critici contemporanei5 che si trattasse di un semplice artificio letterario che, però, per ragioni che vedremo, non avrebbe molto senso). A sua volta, Kyot avrebbe appreso le sue conoscenze sul Graal da un manoscritto arabo di tale Flegetanis, abbandonato nella biblioteca di Toledo (riconquistata dai cristiani di Alfonso VI nel 10856) . Ora, mettendo insieme i vari passaggi e i riferimenti cronologici fornitici da Wolfram stesso, è chiaro che ci troviamo davanti a una fonte, per quanto indiretta, ben precedente rispetto al Conte. Anche riguardo a Wolfram Von Eschenbach si sa abbastanza poco: nativo della Franconia (c.1170), soggiornò a lungo alla corte del langravio Hermann di Turingia e, a parte qualche poemetto amorosa, resta nella storia della letteratura proprio per il Parzival. Di per sè, la trama di quest'opera, composta da circa 25.000 versi e databile tra il 1200 ed il 1210, ha molti tratti comuni con il Conte: Parzifal, ragazzo ingenuo e rozzo, lascia il castello dove vive protetto dalla madre e, come i cavalieri che ammira e il cui modello segue, impara a essere riservato e a tacere. Ma deve imparare anche ad andare oltre le regole dell'educazione cortese e dell'etica cavalleresca e a parlare e interrogare quando il destino lo vuole. Sia la madre prima di partire, sia Gurnemanz, che si è fatto carico della sua educazione cortese, gli hanno raccomandato comportamenti gentili e prudenti, e soprattutto il riserbo. Ma questa educazione mondana, approvata dai suoi simili, non gli gioverà nell'incontro fatale con il Re Pescatore Anfortas. Parzifal giunge, guidato dal suo cavallo che procede a briglie sciolte, al palazzo del re, che è ferito, con una piaga sempre aperta, simbolo del peccato carnale inconciliabile con la purezza che i guardiani del santo Graal debbono conservare. Anfortas soffre senza speranza, e con lui tutta la corte. Basterebbe che Parzifal facesse una sola domanda, quella ‘vera’, e chiedesse al re cosa lo fa soffrire: la guarigione del re riporterebbe la gioia alla sua corte. Parzifal invece, memore del riserbo cortese, tace, commettendo una colpa fatale di cui, come negli antichi drammi greci, è inconsapevole. Solo dopo molte avventure, umiliandosi e riconoscendo la superiorità della incomprensibile volontà divina che lo ha condannato alla disperazione, Parzifal potrà ritornare al castello del Graal, interrogare Anfortas ed essere, infine, proclamato egli stesso re7. Lasciando da parte il tema, per altro di grande interesse e spesso analizzato in molti saggi8, relativo al discrimine tra perfezione cortese-mondana e perfezione cristiana-mistica e quello, collegato a tale concetto, del processo di elevazione morale dalle tenebre terrene alla luce divina, tipico degli scritti mistici medioevali, temi che, probabilmente, dovevano, nelle intenzioni della riscrittura di Wolfram di elementi precedenti, risultare centrali, i veri nuclei d'interesse per il nostro percorso risiedono, in particolare, nella visione che l'autore tedesco eredita del Graal come di una pietra. Prima di affrontare a fondo l'analisi di questo dato è, però, opportuno cercare di liberare il campo da possibili obiezioni riguardanti la predatazione degli elementi significativi del racconto rispetto alla redazione del poeta francone. Che Wolfram si rifaccia a Chrétien è non solo chiaro dai numerosi riferimenti testuali al suo predecessore, ma, come già accennato, è l'autore stesso a richiamare, seppure in forma negativa, il Conte, sottolineando l'errore interpretativo del poeta francese. Il che, per altro, non stupisce minimamente: in periodo trobadorico l'acquisizione e la reinterpretazione della materia di un altro poeta, lungi dall'essere considerati una sorta di plagio, erano visti come un elemento di pregio, per la capacità di aggiungere un nuovo tassello a un ciclo consolidato9. Perché, dunque, Wolfram avrebbe dovuto accampare altre fonti per il suo racconto? E poi, quali fonti? Prosaicizzando il testo, Wolfram afferma, quasi letteralmente: “Il ben noto maestro Kyot trovò a Toledo, in mezzo ai manoscritti abbandonati, la materia di questa avventura, scritta in caratteri arabi. Prima dovette imparare a decifrare la scrittura (ma non cercò di iniziarsi alla magia nera); fu un gran vantaggio che egli avesse ricevuto il battesimo, perché altrimenti questa storia sarebbe rimasta sconosciuta. Non esiste infatti nessun pagano abbastanza saggio da poterci rivelare la natura del Graal e le sue segrete virtù. Un pagano (arabo), un certo Flegetanis, era molto famoso per il suo sapere. E' lui che scrisse l'avventura del Graal. Il pagano Flegetanis era in grado di predire il declino di ogni stella e il momento del suo ritorno. Esaminando le costellazioni scoprì misteri profondi di cui parlava tremando. Si trattava, diceva, di un oggetto che si chiama il Graal. Ne aveva letto chiaramente il nome nelle stelle. Un gruppo di angeli l'aveva deposto sulla terra e poi era volato via, al di là delle stelle. Da allora solo degli uomini diventati cristiani con il battesimo, puri come angeli, avrebbero dovuto prenderne cura. Così scrisse Flegetanis. Kyot, il saggio, cercò nei libri latini dove mai potesse vivere un popolo abbastanza puro e incline a una vita di rinunce per diventare custode del Graal. Lesse le cronache dei regni di Francia, di Bretagna e d'Irlanda, finchè, in Anjou, trovò quel che cercava.”10 Insomma, ciò che viene scritto dal misterioso pagano Flegetanis deve passare dal filtro di Kyot, il cristiano, per essere poi leggibile per altri cristiani (non dimentichiamoci che siamo in pieno clima crociato!): per quale ragione Wolfram avrebbe dovuto rischiare di depauperare la materia del suo scritto citando come fonte prima un pagano se così non fosse stato realmente? Forse per dare un maggiore prestigio alla sua opera? Ma non sarebbe bastato il riferimento al celeberrimo poema di Chrétien (che oggi definiremmo un vero e proprio best seller dell'epoca)? E ancora: su che basi si fondano le presunzioni critiche riguardanti l'interpretazione di Kyot come ‘artificio letterario’? Essenzialmente sulla impossibilità di avere notizie storiche su questo poeta, ma si tratta di un fatto assolutamente normale: stiamo parlando di un trovatore probabilmente della fine del XII secolo, cioè di un periodo in cui questi cantori, per lo più erranti, erano numerosissimi e solo di pochissimi di essi ci è giunta qualche pur minima notizia storica. Inoltre Kyot (o, più probabilmente, vista la provenienza, Guiot), evidentemente, trattava di materia di provenienza musulmana e molto difficilmente sarebbe potuto passare indenne dalle maglie inquisitoriali, sia nel periodo immediatamente successivo alla sua presunta produzione sia, soprattutto, in periodi posteriori di roghi di libri e ‘damnationes memoriae’. Infine, senza un ponte reale con civiltà extraeuropee, in che modo avrebbe potuto Wolfram inserire così vasti riferimenti al mondo orientale? Ezio Albrile, recensendo un testo di Giuseppe Acerbi, scrive: “Chiunque legga con occhio filologico il Parzival di Wolfram von Eschenbach non può non notare infatti le fortissime affinità con il mondo iranico pre-islamico”11. A sua volta Robert Graham menziona elementi di parallelismo tra i riferimenti storici del Von Eschembach e la Tavola Solare etiopica, lo Jamshid persiano e addirittura il Cridavena, il paradiso hindu12. Riferimenti di questo tipo sarebbero stati davvero impossibili per un cavaliere tedesco di inizio 1200, a meno di non pensare, come Lincoln, Baigent e Leigh13, a una supposta affiliazione di Wolfram ai Templari (largamente citati nel Parzival), cioè all'Ordine monastico-cavaleresco che sarà il vero trait-d'union culturale tra medioriente e occidente. É un'ipotesi suggestiva che spiegherebbe, tra l'altro, la spiccata spiritualità di S.Bernardo (estensore della Regola dell'Ordine) che permea tutto il poema di Wolfram. Ma anche in questo caso perché parlare tanto diffusamente dei Templari nel testo e poi negarne una eventuale paternità della materia in oggetto, attribuendola a uno sconosciuto trovatore? Non sembrerebbe una cosa sensata, soprattutto qualora il Von Eschenbach avesse voluto, come appare evidente, scrivere un lungo elogio dei Templari e della loro mistica. Ma concentriamoci sulla definizione di Graal che ci viene data dal Von Eschembach: Una pietra, dunque, semplicemente una pietra, grigia e umile, così come umile deve essere colui che intenda conquistarla14. Naturalmente, però, non si tratta di una pietra qualunque. Wolfram la descrive come: “...una pietra del genere più puro [...] chiamata lapis exillis. [Se un uomo continuasse a guardare] la pietra per duecento anni, [il suo aspetto] non cambierebbe: forse solo i suoi capelli diventerebbero grigi”15. E questa non è che una delle sue incredibili caratteristiche: i suoi guardiani, i Templeisen, vivono nutrendosi unicamente della sua energia; solo chi conosce una totale purezza morale può sollevarla e trasportarla e ogni anno il suo potere è rinnovato grazie a un' Ostia consacrata che, durante il Venerdì Santo, una colomba posa su di essa. Più avanti nel poema, Wolfram ci fornisce ulteriori spiegazioni sulla sua origine: si tratterebbe, secondo il poeta tedesco, di un frammento dello smeraldo caduto dalla fronte di Lucifero durante la sua caduta. In un primo tempo esso sarebbe stato affidato in custodia agli ‘angeli neutrali’ (quelli, cioè, che nella grande lotta celeste non avevano preso posizione né per Dio né contro di Lui)16, per poi passare nelle mani di Adamo nel Paradiso terrestre17 e, dopo la cacciata di questi, essere consegnato a Titurel, il ‘Re Pescatore’, primo re del Graal, che, coadiuvato dai suoi Templeisen, custodisce la Santa Pietra nel castello di Munsalvaesche18. Come intendere il senso della definizione che Wolfram dà del Graal come ‘Lapis Exillis’? Le interpretazioni sono state numerose e spesso notevolmente discordanti. Di per sé, Lapis Exil(l)is significherebbe ‘pietra sottile’, il che potrebbe essere inteso come ‘piccola pietra’, simbolo di umiltà o come, secondo un successivo utilizzo alchemico del termine, ‘pietra di difficile invenimento’. D'altra parte, tali interpretazioni comporterebbero la caduta della L, che non sarebbe necessaria nella evoliana19 interpretazione di ‘Lapis Exiliìs’, ‘pietra dell'esilio’, ad intendere l'elemento rimanente dopo la cacciata di Adamo (sebbene abbiamo osservato che, dopo la cacciata, durante l'esilio, la pietra non rimane ad Adamo, cioè agli uomini comuni...). L'interpretazione più diffusa resta comunque quella abbracciata anche dal grande René Guenon20 che intende ‘Lapis Exiliis’ come crasi di ‘Lapis Ex-Coelis’, ‘pietra del cielo’, sia in quanto caduta dal cielo con Lucifero, sia come ‘chiave di volta’, ‘pietra angolare’ (dunque posta dall'alto) dell'Edificio cristiano, semioticamente assimilabile al Cristo stesso. In realtà, però, osservando oggettivamente questa interpretazione, non si può non avvertire una certa dissonanza. perché, in un apparato fortemente improntato all'esaltazione cristiano-crociata, velare il significato ultimo dell'oggetto della quest con una crasi che lo rende quasi irriconoscibile? E, a maggior ragione, perché farlo quando poi viene inserito all'interno di un apparato in cui si intersecano numerosi riferimenti biblici (dalla caduta di Lucifero all'Ostia consacrata)? Allargando, inoltre, il discorso all'intera opera di Wolfram, questa dissonanza in qualche modo permane. Spesso, leggendo l'intero testo poetico, si ha l'impressione di una sorta di giustapposizione, non sempre perfettamente amalgamata, tra elementi cristiani ed elementi ‘altri’, precedenti, quasi che il poeta tedesco abbia voluto cristianizzare, con una patina di simboli e riferimenti, una materia che (come d'altra parte ci dice egli stesso, raccontandoci delle sue fonti), direttamente o indirettamente (Kyot?), gli era giunta in altra forma, una forma che, per i suoi numerosi addentellati a simboli estranei all'occidente cristianizzato, potremmo tranquillamente sbilanciarci a definire medio-orientale. Di fatto, comunque, sulla base di quanto esposto in precedenza, siamo in grado di definire il Parzival, in virtù delle sue fonti letterarie, la prima vera storia scritta riguardante la tradizione occidentale del Graal, una storia scritta che definisce, qualunque ne sia l'interpretazione possibile, il Graal come una pietra. É da questo punto, dunque, che ogni indagine sul Santo Graal deve proseguire. ========== 1 Cfr. Richard Barber, The Holy Grail: Imagination and Belief, Harvard University Press, 2004, passim 2 Come giustamente nota Albert Redfield nel suo Mistery of the Grail, London, Compton, 1998, pgg. 121-123 3 Cfr. Giovanni Spena Garroni, Le Comte du Graal, Torino, Carrocci, 1981, pag. 98 4 Cfr. Pierre Rohmer, Dictionaire Philologique Romand, Marseille, Mediterranée, 1992, pag. 267 5 Ad esempio Ellie Crystal in The Alchemy of Time, N.Y., EAN, 2003 6 Cfr. Jesus Cantahar, Historia de la Ciudad de Toledo, Toledo, Perineo, 2006, pgg. 154 ss. 7 Cfr. Antenati, citato, passim 8 Ad esempio Enrico Accarati, L'Etica Cistercense e la Mistica Medioevale, Roma, Theorema, 1998, passim 9 Cfr. Romano Antonacci, La poesia bassomedioevale, Bari, Laterza, 1988, pgg. 41 ss. 10 Trasposizione tratta da Edmond Bergheaud, Analisi storico-letteraria del Santo Graal, in AA.VV., A la Recherce du Graal, Editions de cremille, Geneve, 1970, pgg. 40-42 , trad. di M. Tomatis 11 Cfr. Ezio Albrile, Arcebi e il Graal, Centro Studi La Runa (http://www.centrostudilaruna.it), 2000 12 Cfr. Robert Graham, From East to West: a Cultural Journey in Middle Ages, Hoffenback, Toronto, 2003, passim 13 Cfr. Lincoln, Baigent e Leigh, Holy Blood, Holy Graal, Milano, Mondadori, 1992 14 Così René Guenon, Simboli della Scienza Sacra, Torino, Adelphi, 1990, pag. 67 15 Parafrasi tratta da: Arcangelo Morigi, Parsifal - Storia di un mito, Aretè, Roma, 1991, pag. 37 16 Cfr. Bergheaud, citato, pgg. 53 ss. 17 Cfr. Julius Evola, Il Mistero del Graal, Roma, Mediterranee, 1994, pag. 76 18 Cfr. Bergheaud, citato, pgg. 61 ss. 19 Cfr. Evola, citato, pgg. 112 ss. 20 Cfr. Guenon, citato, passim
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ANSA:Cambio della guardia oggi alla guida dei Musei Vaticani, la quarta collezione d'arte del mondo per importanza e numero di visitatori. Papa Benedetto XVI ha nominato , come nuovo direttore, Antonio Paolucci, uno dei più stimati esperti d'arte italiani, già ministro dei Beni Culturali nel governo Dini ed ex sovrintendente per il polo museale a Firenze. Paolucci prende il posto dell'archeologo Francesco Buranelli, che diverrà segretario della Pontificia commissione per i Beni culturali della Chiesa. L'avvicendamento ai vertici della prestigiosa istituzione conferma la volontà del Pontefice e del Segretario di Stato Tarcisio Bertone di mantenere l'alto profilo internazionale dei Musei Vaticani, con un'attenzione particolare alla salvaguardia, alla conservazione e alla valorizzazione delle opere preziose conservate in quella che Papa Giovanni Paolo II aveva definito "una delle più significative porte della Santa Sede aperte sul mondo". Con oltre quattro milioni di visitatori, affluenza record registrata nello scorso anno, i Musei Vaticani si attestano oggi come il polo museale più visitato in Italia e tra i più frequentati al mondo, subito dopo il Louvre di Parigi, il Metropolitan Museum di New York e il British Museum di Londra. Scrigno di tesori d'arte inestimabili, itinerario fra i massimi capolavori di ogni tempo, come le Stanze di Raffaello o la Cappella Sistina, i Musei Vaticani hanno festeggiato lo scorso anno i 500 anni di storia. Nascevano infatti nel 1506 quando papa Giulio II della Rovere creò il primo nucleo con l'acquisizione del complesso scultoreo del 'Lacoonte', scoperto sotto sei braccia di terra in una vigna del colle Oppio, nel cosiddetto 'Cortile delle Statue'. Successivamente i Papi furono tra i primi sovrani che misero a disposizione della cultura e del pubblico le raccolte d'arte del loro palazzo. Fu nel Settecento che vennero fatti passi volti alla creazione di un museo destinato ad ospitare la vasta raccolta di opere d'arte antiche e moderne commissionate, ricevute in regalo o acquistate dai vari Pontefici. Nel 1734 Clemente XII fondò il Museo Capitolino (ospitato in un edificio progettato da Michelangelo); nel 1756 e nel 1767 vennero creati in Vaticano due altri piccoli musei rispettivamente di arte sacra e profana. La spinta decisiva venne da Clemente XIV e da Pio VI: il Museo Pio-Clementino, nato dall'ampliamento del Palazzo Vaticano da loro voluto per ospitare la scultura classica, forma tuttora il cuore dei Musei Vaticani. Venne realizzato in stile neoclassico e servì da modello per l'architettura di altri musei nel mondo. Nel 1796 il museo perdette temporaneamente numerose opere a causa dell'invasione francese, poi restituite dopo la caduta di Napoleone nel 1815. I Vaticani oggi comprendono dieci diversi Musei (l' Egizio, l'Etrusco, quello di Antichità Classiche, il Pio Cristiano, la Pinacoteca con i capolavori di Caravaggio, Leonardo, Melozzo da Forlì, Raffaello, Tiziano, poi la Galleria degli Arazzi, il Museo Missionario-Etnologico, quello Sacro, il Profano, lo Storico Vaticano), ma i visitatori hanno accesso anche alle sale espositive della Biblioteca Vaticana, alla Galleria delle Carte Geografiche ed ad altre sale decorate con affreschi rinascimentali, tra cui la Cappella Niccolina con le pitture del Beato Angelico, l'Appartamento Borgia decorato dal Pinturicchio, le mirabili Stanze affrescate da Raffaello e naturalmente la Cappella Sistina, con la magia della volta michelangiolesca e del Giudizio Universale. L'ultimo museo aggiunto al complesso, inaugurato nel 1973, è dedicato all'arte religiosa moderna e comprende opere di eminenti artisti del Novecento. Il professor Antonio Paolucci è nato a Rimini il 29 settembre 1939, ed è stato allievo di Roberto Longhi durante gli studi a Firenze dove si è laureato in storia dell'arte. Specializzatosi poi a Bologna con Francesco Arcangeli, Paolucci nel 1969 vince il concorso come ispettore delle Belle arti all'interno della soprintendenza ai beni artistici e storici di Firenze. Dal 1980 al 1986 diventa soprintendente, nell'ordine, di Venezia, di Verona e di Mantova, e direttore dell'Opificio delle Pietre dure a Firenze. Nel 1988 è nominato soprintendente ai beni artistici e storici di Firenze, Prato e Pistoia, ruolo che lo porterà ad occuparsi, nel 1993, dei danni al patrimonio artistico provocati dall' attentato dei Georgofili alla Galleria dgli Uffizi. Dal gennaio 1995 al maggio 1996 Paolucci diventa ministro per i Beni culturali nel governo di Lamberto Dini. Nel 1997, dopo il terremoto in Umbria e nelle Marche, è nominato commissario straordinario per il restauro della Basilica di San Francesco a Assisi. Con l'istituzione dei poli speciali, nel 2002 viene nominato soprintendente del Polo museale fiorentino e nel 2004 diviene direttore regionale per i beni storici, artistici e paesaggistici della Toscana. Nel febbraio 2005 assume anche l' incarico 'pro tempore' di direttore della Galleria degli Uffizi lasciato alcune settimane fa. Tra il 2005 e il 2006 Paolucci riassume così tre incarichi: direttore regionale, soprintendente al Polo museale, direttore degli Uffizi. Nel 2006 ha lasciato per raggiunti limiti di età gli incarichi di Soprintendente al Polo Museale di Firenze e di direttore regionale dei beni culturali per la Toscana andando in pensione. Nell'aprile del 2007 il Consiglio superiore dei beni culturali lo ha nominato vicepresidente. Infine, a fine 2007, diventa direttore dei Musei Vaticani su nomina papale. Paolucci è anche autore di numerose pubblicazioni e collabora con continuità con quotidiani e periodici. (ANSA). ANSA:Cambio della guardia oggi alla guida dei Musei Vaticani, la quarta collezione d'arte del mondo per importanza e numero di visitatori. Papa Benedetto XVI ha nominato , come nuovo direttore, Antonio Paolucci, uno dei più stimati esperti d'arte italiani, già ministro dei Beni Culturali nel governo Dini ed ex sovrintendente per il polo museale a Firenze. Paolucci prende il posto dell'archeologo Francesco Buranelli, che diverrà segretario della Pontificia commissione per i Beni culturali della Chiesa. L'avvicendamento ai vertici della prestigiosa istituzione conferma la volontà del Pontefice e del Segretario di Stato Tarcisio Bertone di mantenere l'alto profilo internazionale dei Musei Vaticani, con un'attenzione particolare alla salvaguardia, alla conservazione e alla valorizzazione delle opere preziose conservate in quella che Papa Giovanni Paolo II aveva definito "una delle più significative porte della Santa Sede aperte sul mondo". Con oltre quattro milioni di visitatori, affluenza record registrata nello scorso anno, i Musei Vaticani si attestano oggi come il polo museale più visitato in Italia e tra i più frequentati al mondo, subito dopo il Louvre di Parigi, il Metropolitan Museum di New York e il British Museum di Londra. Scrigno di tesori d'arte inestimabili, itinerario fra i massimi capolavori di ogni tempo, come le Stanze di Raffaello o la Cappella Sistina, i Musei Vaticani hanno festeggiato lo scorso anno i 500 anni di storia. Nascevano infatti nel 1506 quando papa Giulio II della Rovere creò il primo nucleo con l'acquisizione del complesso scultoreo del 'Lacoonte', scoperto sotto sei braccia di terra in una vigna del colle Oppio, nel cosiddetto 'Cortile delle Statue'. Successivamente i Papi furono tra i primi sovrani che misero a disposizione della cultura e del pubblico le raccolte d'arte del loro palazzo. Fu nel Settecento che vennero fatti passi volti alla creazione di un museo destinato ad ospitare la vasta raccolta di opere d'arte antiche e moderne commissionate, ricevute in regalo o acquistate dai vari Pontefici. Nel 1734 Clemente XII fondò il Museo Capitolino (ospitato in un edificio progettato da Michelangelo); nel 1756 e nel 1767 vennero creati in Vaticano due altri piccoli musei rispettivamente di arte sacra e profana. La spinta decisiva venne da Clemente XIV e da Pio VI: il Museo Pio-Clementino, nato dall'ampliamento del Palazzo Vaticano da loro voluto per ospitare la scultura classica, forma tuttora il cuore dei Musei Vaticani. Venne realizzato in stile neoclassico e servì da modello per l'architettura di altri musei nel mondo. Nel 1796 il museo perdette temporaneamente numerose opere a causa dell'invasione francese, poi restituite dopo la caduta di Napoleone nel 1815. I Vaticani oggi comprendono dieci diversi Musei (l' Egizio, l'Etrusco, quello di Antichità Classiche, il Pio Cristiano, la Pinacoteca con i capolavori di Caravaggio, Leonardo, Melozzo da Forlì, Raffaello, Tiziano, poi la Galleria degli Arazzi, il Museo Missionario-Etnologico, quello Sacro, il Profano, lo Storico Vaticano), ma i visitatori hanno accesso anche alle sale espositive della Biblioteca Vaticana, alla Galleria delle Carte Geografiche ed ad altre sale decorate con affreschi rinascimentali, tra cui la Cappella Niccolina con le pitture del Beato Angelico, l'Appartamento Borgia decorato dal Pinturicchio, le mirabili Stanze affrescate da Raffaello e naturalmente la Cappella Sistina, con la magia della volta michelangiolesca e del Giudizio Universale. L'ultimo museo aggiunto al complesso, inaugurato nel 1973, è dedicato all'arte religiosa moderna e comprende opere di eminenti artisti del Novecento. Il professor Antonio Paolucci è nato a Rimini il 29 settembre 1939, ed è stato allievo di Roberto Longhi durante gli studi a Firenze dove si è laureato in storia dell'arte. Specializzatosi poi a Bologna con Francesco Arcangeli, Paolucci nel 1969 vince il concorso come ispettore delle Belle arti all'interno della soprintendenza ai beni artistici e storici di Firenze. Dal 1980 al 1986 diventa soprintendente, nell'ordine, di Venezia, di Verona e di Mantova, e direttore dell'Opificio delle Pietre dure a Firenze. Nel 1988 è nominato soprintendente ai beni artistici e storici di Firenze, Prato e Pistoia, ruolo che lo porterà ad occuparsi, nel 1993, dei danni al patrimonio artistico provocati dall' attentato dei Georgofili alla Galleria dgli Uffizi. Dal gennaio 1995 al maggio 1996 Paolucci diventa ministro per i Beni culturali nel governo di Lamberto Dini. Nel 1997, dopo il terremoto in Umbria e nelle Marche, è nominato commissario straordinario per il restauro della Basilica di San Francesco a Assisi. Con l'istituzione dei poli speciali, nel 2002 viene nominato soprintendente del Polo museale fiorentino e nel 2004 diviene direttore regionale per i beni storici, artistici e paesaggistici della Toscana. Nel febbraio 2005 assume anche l' incarico 'pro tempore' di direttore della Galleria degli Uffizi lasciato alcune settimane fa. Tra il 2005 e il 2006 Paolucci riassume così tre incarichi: direttore regionale, soprintendente al Polo museale, direttore degli Uffizi. Nel 2006 ha lasciato per raggiunti limiti di età gli incarichi di Soprintendente al Polo Museale di Firenze e di direttore regionale dei beni culturali per la Toscana andando in pensione. Nell'aprile del 2007 il Consiglio superiore dei beni culturali lo ha nominato vicepresidente. Infine, a fine 2007, diventa direttore dei Musei Vaticani su nomina papale. Paolucci è anche autore di numerose pubblicazioni e collabora con continuità con quotidiani e periodici. (ANSA).
Marco Marsili - La Voce d'ItaliaMilano, 8 dic. – Il Dalai Lama è arrivato al PalaSharp in ritardo, per colpa del traffico milanese di Sant’Ambrogio, complice il governatore lombardo Formigoni, con il quale si era incontrato poco prima. Tenzin Gyatzo ha dovuto accontentarsi di incontrare il presidente della Regione, visto che le massime cariche dello Stato (il Presidente Napolitano era a Milano giusto ieri, quanto era già in città anche il Dalai Lama) hanno evitato di incrociarlo, per non suscitare le ire dei cinesi, in vista dell’assegnazione dell’Expo 2015, per il quale il capoluogo lombardo è in lizza con la città turca di Smirne."E' assolutamente sbagliato isolare la Cina, deve essere portata all'interno della comunità internazionale. Gli stessi cinesi vogliono una società libera democratica all'interno del diritto. Bisogna però essere fermi su alcuni principi anche se all'interno di un contesto di genuina amicizia", ha dichiarato il Dalai Lama, parlando con i giornalisti alla fine di un colloquio di circa un'ora con Formigoni, unico appuntamento “ufficiale” in agenda durante la visita in Italia.I 7.000 del PalaSharp accolgono Sua Santità con un’ovazione degna di una rockstar, quando il XIV Dalai Lama prende posto sul trono al centro del palco, circondato da una cinquantina di monaci in adorazione (l’attuale capo dei tibetani in esilio è considerato la reincarnazione del Bodhisattva della compassione Avalokiteshvara). Qualche donna scoppia addirittura in un pianto dirotto, mentre altre scendono nel parterre e si gettano in ginocchio in adorazione della loro guida spirituale, subito bloccate dal servizio d’ordine dell’organizzazione.Nelle intenzioni degli organizzatori dell’Istituto studi di buddismo tibetano Ghe Pel Ling, la tensostruttura di Lampugnano avrebbe dovuto ospitare “non meno di 10mila partecipanti provenienti da tutta Europa” (i buddisti in Italia sono circa 50mila, di cui 7mila nella sola Milano), ma, probabilmente, non avevano fatto i conti con la tradizionale fiera degli obej obej, e con la Fiera dell’artigianato, che sta registrando in questi giorni un vero e proprio boom di presenze. Sul sito dell’organizzazione, l’evento è comunque dichiarato “sold out” da giorni.I più lontani dal palco possono comunque ammirare Tenzin Gyatzo da due megaschermi, e osservarlo così mentre – ogni tanto – sbadiglia, dando segno di grande “umanità”. Scherza, il Dalai Lama, e all’inizio indossa un berretto bordeaux (“dono di un amico americano”), specificando che non è il copricapo dei verdì, né della setta degli arancioni, nè bianchi, nè dei rossi.Il primo intervento del capo spirituale dei buddisti si può sintetizzare con la massima “i soldi non fanno la felicità”, pronunciata dopo aver ricordato che “gli uomini non devono dimenticare di soddisfare bisogni necessari quali mangiare o avere una casa”, richiamando nel contempo l’attenzione sull’importanza del lato spirituale della vita. Il Dalai Lama si riferisce ai “molti amici ricchi e famosi” (tra questi, il più noto è la star di Hollywood Richard Gere). Certamente, il premio Nobel per la pace Tenzin Gyatzo (ricorre quest’anno il diciottesimo anniversario dell’assegnazione del riconoscimento) non è solo la guida spirituale dei buddisti sparsi in tutto il mondo, ma è anche un personaggio pubblico di fama mondiale, e, come tale, ricercato da tutti (in Italia, a guardare il modo con cui le autorità hanno cercato di evitarlo in tutti i modi, non sembrerebbe riscuotere lo stesso successo). Non manca, infatti, un posto riservato in prima fila per il presidente dell’Inter Massimo Moratti, cognato del Sindaco Letizia, che, per non fare arrabbiare i Cinesi, che potrebbero togliere il loro appoggio alla candidatura di Milano all’Expo, ha scelto di incontrare il Dalai Lama insieme ad altre personalità; una scelta certamente di cattivo gusto che denota la mancanza di stile dell’ex ministro di Berlusconi. La sedia di Moratti, rimane comunque desolatamente vuota.“Oceano di saggezza” (questo il termine di origine mongola, conferito a Sonam Gyatso, il terzo Dalai Lama in successione delle reincarnazioni) pronuncia lentamente lunghi interventi, intervallati dalla traduzione, durante la quale Sua Santità si distrae sfogliando dei libretti, o sbadiglia, dando l’impressione sentirsi come un attore annoiato alla centesima replica dello spettacolo. I 7mila del PalaSharp aspettano il momento in cui Tenzin Gyatso dica “qualcosa di profondo”, ma l’attesa è vana. Dopo l’inizio su ricchezza e felicità, segue un lungo riassunto – sotto forma di “pillole” – sulla storia delle religioni; niente di più di quanto chiunque possa trovare su Wikipedia, senza dover sborsare i 100 euro del biglietto le prime due giornate di lezioni e studi su testi del buddismo (per l’accesso alla conferenza pubblica di domenica pomeriggio, invece, il costo è di soli 20 euro). Così, apprendiamo che “6-7.000 anni fa, gli antichi popoli adoravano il sole, credendolo di origine divina, e poi il fuoco, forse perché di origine misteriosa come i fulmini”, e che “solo 3-4.000 anni fa, finalmente, in India si è sviluppato il primo pensiero religioso legato ad un concetto filosofico”. Il Dalai Lama, infatti, distingue fra religioni fideistiche (quelle primordiali, di stampo animista), e quelle successive, e più evolute, che hanno introdotto degli aspetti filosofici. Ci si avvicina ai tempi nostri (2mila anni fa), e così Sua Santità ci spiega che “poi sono arrivate le religioni deistiche, come ebraismo, cristianesimo, e anche la religione musulmana, per le quali la divinità è il principio di tutto”. I partecipanti sono sgomenti di fronte a quelli che dovrebbero essere gli “insegnamenti sull’illuminazione” in programma per il primo dei tre giorni della maratona spirituale milanese, tant’è che anche la iena Enrico Lucci (uno che non molla mai) abbandona la tribuna stampa PalaSharp annoiato e deluso. Peccato, perchè ora viene il più bello: “Poi venne Buddah – annuncia il Dalai Lama – e tutto cambiò, con l’introduzione del concetto secondo il quale tutto ciò che accade è originato da noi”.Il proseguio è un intervento sul concetto di anima, e altre amenità simili, che fanno riflettere sull’opportunità di fare un salto alla fiera degli oh bej oh bej. In fondo si tratta pur sempre di festeggiare un santo (anche se “cristiano”). Marco Marsili - La Voce d'ItaliaMilano, 8 dic. – Il Dalai Lama è arrivato al PalaSharp in ritardo, per colpa del traffico milanese di Sant’Ambrogio, complice il governatore lombardo Formigoni, con il quale si era incontrato poco prima. Tenzin Gyatzo ha dovuto accontentarsi di incontrare il presidente della Regione, visto che le massime cariche dello Stato (il Presidente Napolitano era a Milano giusto ieri, quanto era già in città anche il Dalai Lama) hanno evitato di incrociarlo, per non suscitare le ire dei cinesi, in vista dell’assegnazione dell’Expo 2015, per il quale il capoluogo lombardo è in lizza con la città turca di Smirne."E' assolutamente sbagliato isolare la Cina, deve essere portata all'interno della comunità internazionale. Gli stessi cinesi vogliono una società libera democratica all'interno del diritto. Bisogna però essere fermi su alcuni principi anche se all'interno di un contesto di genuina amicizia", ha dichiarato il Dalai Lama, parlando con i giornalisti alla fine di un colloquio di circa un'ora con Formigoni, unico appuntamento “ufficiale” in agenda durante la visita in Italia.I 7.000 del PalaSharp accolgono Sua Santità con un’ovazione degna di una rockstar, quando il XIV Dalai Lama prende posto sul trono al centro del palco, circondato da una cinquantina di monaci in adorazione (l’attuale capo dei tibetani in esilio è considerato la reincarnazione del Bodhisattva della compassione Avalokiteshvara). Qualche donna scoppia addirittura in un pianto dirotto, mentre altre scendono nel parterre e si gettano in ginocchio in adorazione della loro guida spirituale, subito bloccate dal servizio d’ordine dell’organizzazione.Nelle intenzioni degli organizzatori dell’Istituto studi di buddismo tibetano Ghe Pel Ling, la tensostruttura di Lampugnano avrebbe dovuto ospitare “non meno di 10mila partecipanti provenienti da tutta Europa” (i buddisti in Italia sono circa 50mila, di cui 7mila nella sola Milano), ma, probabilmente, non avevano fatto i conti con la tradizionale fiera degli obej obej, e con la Fiera dell’artigianato, che sta registrando in questi giorni un vero e proprio boom di presenze. Sul sito dell’organizzazione, l’evento è comunque dichiarato “sold out” da giorni.I più lontani dal palco possono comunque ammirare Tenzin Gyatzo da due megaschermi, e osservarlo così mentre – ogni tanto – sbadiglia, dando segno di grande “umanità”. Scherza, il Dalai Lama, e all’inizio indossa un berretto bordeaux (“dono di un amico americano”), specificando che non è il copricapo dei verdì, né della setta degli arancioni, nè bianchi, nè dei rossi.Il primo intervento del capo spirituale dei buddisti si può sintetizzare con la massima “i soldi non fanno la felicità”, pronunciata dopo aver ricordato che “gli uomini non devono dimenticare di soddisfare bisogni necessari quali mangiare o avere una casa”, richiamando nel contempo l’attenzione sull’importanza del lato spirituale della vita. Il Dalai Lama si riferisce ai “molti amici ricchi e famosi” (tra questi, il più noto è la star di Hollywood Richard Gere). Certamente, il premio Nobel per la pace Tenzin Gyatzo (ricorre quest’anno il diciottesimo anniversario dell’assegnazione del riconoscimento) non è solo la guida spirituale dei buddisti sparsi in tutto il mondo, ma è anche un personaggio pubblico di fama mondiale, e, come tale, ricercato da tutti (in Italia, a guardare il modo con cui le autorità hanno cercato di evitarlo in tutti i modi, non sembrerebbe riscuotere lo stesso successo). Non manca, infatti, un posto riservato in prima fila per il presidente dell’Inter Massimo Moratti, cognato del Sindaco Letizia, che, per non fare arrabbiare i Cinesi, che potrebbero togliere il loro appoggio alla candidatura di Milano all’Expo, ha scelto di incontrare il Dalai Lama insieme ad altre personalità; una scelta certamente di cattivo gusto che denota la mancanza di stile dell’ex ministro di Berlusconi. La sedia di Moratti, rimane comunque desolatamente vuota.“Oceano di saggezza” (questo il termine di origine mongola, conferito a Sonam Gyatso, il terzo Dalai Lama in successione delle reincarnazioni) pronuncia lentamente lunghi interventi, intervallati dalla traduzione, durante la quale Sua Santità si distrae sfogliando dei libretti, o sbadiglia, dando l’impressione sentirsi come un attore annoiato alla centesima replica dello spettacolo. I 7mila del PalaSharp aspettano il momento in cui Tenzin Gyatso dica “qualcosa di profondo”, ma l’attesa è vana. Dopo l’inizio su ricchezza e felicità, segue un lungo riassunto – sotto forma di “pillole” – sulla storia delle religioni; niente di più di quanto chiunque possa trovare su Wikipedia, senza dover sborsare i 100 euro del biglietto le prime due giornate di lezioni e studi su testi del buddismo (per l’accesso alla conferenza pubblica di domenica pomeriggio, invece, il costo è di soli 20 euro). Così, apprendiamo che “6-7.000 anni fa, gli antichi popoli adoravano il sole, credendolo di origine divina, e poi il fuoco, forse perché di origine misteriosa come i fulmini”, e che “solo 3-4.000 anni fa, finalmente, in India si è sviluppato il primo pensiero religioso legato ad un concetto filosofico”. Il Dalai Lama, infatti, distingue fra religioni fideistiche (quelle primordiali, di stampo animista), e quelle successive, e più evolute, che hanno introdotto degli aspetti filosofici. Ci si avvicina ai tempi nostri (2mila anni fa), e così Sua Santità ci spiega che “poi sono arrivate le religioni deistiche, come ebraismo, cristianesimo, e anche la religione musulmana, per le quali la divinità è il principio di tutto”. I partecipanti sono sgomenti di fronte a quelli che dovrebbero essere gli “insegnamenti sull’illuminazione” in programma per il primo dei tre giorni della maratona spirituale milanese, tant’è che anche la iena Enrico Lucci (uno che non molla mai) abbandona la tribuna stampa PalaSharp annoiato e deluso. Peccato, perchè ora viene il più bello: “Poi venne Buddah – annuncia il Dalai Lama – e tutto cambiò, con l’introduzione del concetto secondo il quale tutto ciò che accade è originato da noi”.Il proseguio è un intervento sul concetto di anima, e altre amenità simili, che fanno riflettere sull’opportunità di fare un salto alla fiera degli oh bej oh bej. In fondo si tratta pur sempre di festeggiare un santo (anche se “cristiano”).
07/12/07 > 03/02/08 - RomaARTE.GO.IT La mostra “Il Cammino del Sacro. Un viaggio nell’arte orafa delle chiese monumentali di Arezzo” frutto della collaborazione tra la Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Romano e l’Opera del Duomo e delle Chiese Monumentali di Arezzo, avviene in contemporanea con il rinnovo e la riapertura del Museo Diocesano di questa città e l’inaugurazione di un percorso stabile religioso, culturale e turistico tra otto chiese della città, di cui il Museo rappresenta il punto di arrivo e di riferimento, per l’interesse scientifico, la preziosità e la quantità delle opere che racchiude, comprese tra il XII e il XIX secolo.Da questo "museo diffuso" di secoli di Arte Sacra lungo le strade di Arezzo alla cornice unica della “città eterna” e del Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo il passo è fin semplice ed intuitivo.Le opere che illustrano il Cammino, specie quelle dell’arte orafa, sono infatti il nucleo più importante e rappresentativo di quelle, assai più numerose, che la città toscana conserva: dalle croci del Museo Diocesano al Busto reliquiario di San Donato conservato nella Pieve di Santa Maria; dalla Pace di Siena agli angeli reggicandelabro della Chiesa Santissima Annunziata.A queste si uniscono molte altre opere, provenienti da tutto il territorio della Diocesi di Arezzo - Cortona – Sansepolcro, molto eterogenee ma al contempo capaci di riflettere perfettemanete il panorama storico artistico dell’oreficeria aretina, a carattere fortemente sacro, con le sue diverse direttrici culturali, da Siena a Firenze ed a Roma.La mostra, curata da Paolo Torriti (Università degli Studi di Siena), in collaborazione con Daniela Galoppi, presenta oreficerie di tipo prevalentemente liturgico, ad esclusione del Pendente a forma di caravella in oro smaltato di manifattura veneziana del XVI secolo (un ex voto dedicato alla Madonna delle Lacrime) e del Cofanetto di manifattura spagnola del secolo XIII, entrambi provenienti dalla Chiesa della SS. Annunziata.Tra le oreficerie provenienti dal Museo Diocesano, vera e propria anima della mostra e fonte di buona parte del materiale esposto, non possono non essere ricordate una navicella con smalti limosini del XIII secolo, il già citato pendente in oro smaltato di manifattura veneziana del XVI sec. e la cosiddetta Pace di Siena, magnifico esempio dell’arte orafa parigina della fine del XIV secolo, in oro e smalti "en ronde-bosse".Un altra chiesa ed un’altra tappa del Cammino del Sacro è la Pieve di Santa Maria, dalla quale proviene il Busto reliquiario di San Donato (vescovo e martire, patrono della città), un’opera simbolo di Arezzo, ricca di smalti traslucidi e pietre dure, firmata da Pietro e Paolo orefici aretini e datata 1346.Una parte interessante giunge poi sia dalla Cattedrale (come ad esempio un calice e una pisside risalenti al XVIII secolo, in argento sbalzato e cesellato), sia dalla Chiesa della Santissima Annunziata (in particolare i due angeli reggicandelabro anch’essi in argento sbalzato e cesellato).L’Unica eccezione al materiale orafo presentato in mostra sono un dipinto di Giorgio Vasari, lo Stendardo della Compagnia di S. Giovanni de’ Peducci con la Predica del Battista in un lato e il Battesimo di Cristo nell’altro, attualmente conservato nel Museo Diocesano, e due sculture porta cero in legno dorato e dipinto di scuola romana, provenienti dalla sagrestia della Cattedrale. --------------------------------------------------------------------------------Il Cammino del Sacro. Un viaggio nell’arte orafa delle chiese monumentali di ArezzoPeriodo: 7 Dicembre 2007 - 3 Febbraio 2008Museo Nazionale di Castel Sant'Angelo - Lungotevere Castello, 50 (Roma)Orario: dalle 9.00 alle 19.00. Chiuso il lunedì, il 25 dicembre ed il 1 gennaio.Costo del biglietto: Costo del biglietto cumulativo: €7,00 - Telefono: 06/6819111 - www.ilcamminodelsacro.it 07/12/07 > 03/02/08 - RomaARTE.GO.IT La mostra “Il Cammino del Sacro. Un viaggio nell’arte orafa delle chiese monumentali di Arezzo” frutto della collaborazione tra la Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Romano e l’Opera del Duomo e delle Chiese Monumentali di Arezzo, avviene in contemporanea con il rinnovo e la riapertura del Museo Diocesano di questa città e l’inaugurazione di un percorso stabile religioso, culturale e turistico tra otto chiese della città, di cui il Museo rappresenta il punto di arrivo e di riferimento, per l’interesse scientifico, la preziosità e la quantità delle opere che racchiude, comprese tra il XII e il XIX secolo.Da questo "museo diffuso" di secoli di Arte Sacra lungo le strade di Arezzo alla cornice unica della “città eterna” e del Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo il passo è fin semplice ed intuitivo.Le opere che illustrano il Cammino, specie quelle dell’arte orafa, sono infatti il nucleo più importante e rappresentativo di quelle, assai più numerose, che la città toscana conserva: dalle croci del Museo Diocesano al Busto reliquiario di San Donato conservato nella Pieve di Santa Maria; dalla Pace di Siena agli angeli reggicandelabro della Chiesa Santissima Annunziata.A queste si uniscono molte altre opere, provenienti da tutto il territorio della Diocesi di Arezzo - Cortona – Sansepolcro, molto eterogenee ma al contempo capaci di riflettere perfettemanete il panorama storico artistico dell’oreficeria aretina, a carattere fortemente sacro, con le sue diverse direttrici culturali, da Siena a Firenze ed a Roma.La mostra, curata da Paolo Torriti (Università degli Studi di Siena), in collaborazione con Daniela Galoppi, presenta oreficerie di tipo prevalentemente liturgico, ad esclusione del Pendente a forma di caravella in oro smaltato di manifattura veneziana del XVI secolo (un ex voto dedicato alla Madonna delle Lacrime) e del Cofanetto di manifattura spagnola del secolo XIII, entrambi provenienti dalla Chiesa della SS. Annunziata.Tra le oreficerie provenienti dal Museo Diocesano, vera e propria anima della mostra e fonte di buona parte del materiale esposto, non possono non essere ricordate una navicella con smalti limosini del XIII secolo, il già citato pendente in oro smaltato di manifattura veneziana del XVI sec. e la cosiddetta Pace di Siena, magnifico esempio dell’arte orafa parigina della fine del XIV secolo, in oro e smalti "en ronde-bosse".Un altra chiesa ed un’altra tappa del Cammino del Sacro è la Pieve di Santa Maria, dalla quale proviene il Busto reliquiario di San Donato (vescovo e martire, patrono della città), un’opera simbolo di Arezzo, ricca di smalti traslucidi e pietre dure, firmata da Pietro e Paolo orefici aretini e datata 1346.Una parte interessante giunge poi sia dalla Cattedrale (come ad esempio un calice e una pisside risalenti al XVIII secolo, in argento sbalzato e cesellato), sia dalla Chiesa della Santissima Annunziata (in particolare i due angeli reggicandelabro anch’essi in argento sbalzato e cesellato).L’Unica eccezione al materiale orafo presentato in mostra sono un dipinto di Giorgio Vasari, lo Stendardo della Compagnia di S. Giovanni de’ Peducci con la Predica del Battista in un lato e il Battesimo di Cristo nell’altro, attualmente conservato nel Museo Diocesano, e due sculture porta cero in legno dorato e dipinto di scuola romana, provenienti dalla sagrestia della Cattedrale. --------------------------------------------------------------------------------Il Cammino del Sacro. Un viaggio nell’arte orafa delle chiese monumentali di ArezzoPeriodo: 7 Dicembre 2007 - 3 Febbraio 2008Museo Nazionale di Castel Sant'Angelo - Lungotevere Castello, 50 (Roma)Orario: dalle 9.00 alle 19.00. Chiuso il lunedì, il 25 dicembre ed il 1 gennaio.Costo del biglietto: Costo del biglietto cumulativo: €7,00 - Telefono: 06/6819111 - www.ilcamminodelsacro.it
ASG:Il consigliere del Gruppo della libertà: "Costante e strisciante delegittimazione della nostra identità e della nostra cultura da parte delle strutture pubbliche"Andrea Leoni, consigliere regionale del Gruppo della libertà in Emilia Romagna, alla luce di "diverse segnalazioni giunte negli scorsi anni circa la decisione di evitare l'esposizione, in occasione delle festività Natalizie, di simboli religiosi legati alla Natività o piú in generale alla tradizione cristiana e di evitare canti natalizi a carattere religioso in alcune scuole materne ed elementari della provincia di Modena, presa dagli operatori o dalla dirigenza delle rispettive direzioni scolastiche", ha rivolto una interrogazione alla Giunta per sapere se sia conoscenza di questo fatto e, in caso affermativo, quali siano le ragioni e quale giudizio ne dia.L'esponente del Gruppo della libertà, nel rilevare che tale decisione sarebbe stata motivata "dalla volontà di 'non urtare' la sensibilità e la cultura degli alunni immigrati stranieri, con particolare riferimento a quelli di cultura islamica", vuole sapere dalla Giunta se questa scelta sia stata dettata da indirizzi espressi dalla Regione o dall'Ufficio scolastico regionale e, in particolare, se concordi nel ritenere "diseducativo" negare, in virtú di un "presunto e mal concepito rispetto di chi appartiene a culture o etnie diverse", simboli religiosi che sono "espressione del patrimonio identitario della cultura italiana ed occidentale". Leoni, a questo proposito, chiede alla Regione se non consideri un "gravissimo pericolo per le giovani generazioni italiane questa costante e strisciante delegittimazione della nostra identità e della nostra cultura da parte delle strutture pubbliche". Il consigliere, infine, domanda alla Giunta se e quali azioni intenda porre in essere per garantire che all'interno di tutte le scuole pubbliche dell'Emilia-Romagna non siano negate iniziative tese "all'espressione e alla valorizzazione di tradizioni e simboli, anche cristiani, che costituiscono il patrimonio morale, spirituale e culturale della nostra società" (red). ASG:Il consigliere del Gruppo della libertà: "Costante e strisciante delegittimazione della nostra identità e della nostra cultura da parte delle strutture pubbliche"Andrea Leoni, consigliere regionale del Gruppo della libertà in Emilia Romagna, alla luce di "diverse segnalazioni giunte negli scorsi anni circa la decisione di evitare l'esposizione, in occasione delle festività Natalizie, di simboli religiosi legati alla Natività o piú in generale alla tradizione cristiana e di evitare canti natalizi a carattere religioso in alcune scuole materne ed elementari della provincia di Modena, presa dagli operatori o dalla dirigenza delle rispettive direzioni scolastiche", ha rivolto una interrogazione alla Giunta per sapere se sia conoscenza di questo fatto e, in caso affermativo, quali siano le ragioni e quale giudizio ne dia.L'esponente del Gruppo della libertà, nel rilevare che tale decisione sarebbe stata motivata "dalla volontà di 'non urtare' la sensibilità e la cultura degli alunni immigrati stranieri, con particolare riferimento a quelli di cultura islamica", vuole sapere dalla Giunta se questa scelta sia stata dettata da indirizzi espressi dalla Regione o dall'Ufficio scolastico regionale e, in particolare, se concordi nel ritenere "diseducativo" negare, in virtú di un "presunto e mal concepito rispetto di chi appartiene a culture o etnie diverse", simboli religiosi che sono "espressione del patrimonio identitario della cultura italiana ed occidentale". Leoni, a questo proposito, chiede alla Regione se non consideri un "gravissimo pericolo per le giovani generazioni italiane questa costante e strisciante delegittimazione della nostra identità e della nostra cultura da parte delle strutture pubbliche". Il consigliere, infine, domanda alla Giunta se e quali azioni intenda porre in essere per garantire che all'interno di tutte le scuole pubbliche dell'Emilia-Romagna non siano negate iniziative tese "all'espressione e alla valorizzazione di tradizioni e simboli, anche cristiani, che costituiscono il patrimonio morale, spirituale e culturale della nostra società" (red).
Nel suo ultimo libro ripropone la ‘teoria della sostituzione’, affermando la fine storica dell’ebraismo storica dell’ebraismo Giorgio Israel - ShalomDovrebbe essere evidente che un ebreo può essere di sinistra o di destra. Dovrebbe essere altrettanto evidente che l’ebraismo e il popolo ebraico non sono né di destra né di sinistra. Eppure si riaffaccia la tendenza, nel seno dell’ebraismo italiano, a stabilire che i cromosomi o il Dna degli ebrei e dell’ebraismo sarebbero di sinistra.È forse per questo impulso a schierarsi politicamente, per giunta su basi genetiche, che si affaccia anche la propensione a valutare i cattolici e il dialogo ebraico-cristiano secondo che l’interlocutore sia ritenuto e (magari superficialmente) classificato di destra o di sinistra. Colpisce al riguardo l’occhiuta diffidenza con cui alcuni ambienti guardano all’attuale pontefice (comunemente considerato “di destra”), levando subito alti lai al minimo accenno di qualche mossa che possa sembrare discutibile, e addirittura gridando alla crisi del dialogo ebraico-cristiano, mentre non si è ancora udita una parola in merito alle tesi del recente libro del Cardinale Carlo Maria Martini (emblema del progressismo cattolico), Le tenebre e la luce, di cui La Repubblica ha anticipato, senza commenti, i passi più sensibili per l’ebraismo.Dovrebbe essere superfluo ricordare che la “Nostra Aetate” si limitava a dire degli ebrei che sono «ancora» carissimi a Dio e da rispettare per «religiosa carità evangelica». Giovanni Paolo II fece un deciso passo avanti affermando che «chi incontra Gesù, incontra l’ebraismo». L’attuale Papa Benedetto XVI è andato ancora più in là asserendo che «i doni di Dio sono irrevocabili». Non sembra che sia stata sufficientemente valutata l’importanza storica di una simile affermazione che mette in soffitta la “teologia della sostituzione”, ovvero la tesi secondo cui l’elezione di Israele è stata revocata e sostituita con quella conferita al popolo cristiano ed alla Chiesa. Il recente libro del Papa (Gesù di Nazaret) prosegue su tale via, perseguendo l’obbiettivo indicato nel discorso alla Sinagoga di Colonia, ovvero di «fare passi avanti nella valutazione, dal punto di vista teologico, del rapporto fra ebraismo e cristianesimo», senza «minimizzare o passare sotto silenzio le differenze». Il libro ha come uno dei nodi centrali il confronto con il libro del rabbino Jacob Neusner, A Rabbi talks with Jesus. In un dialogo profondo e rispettoso si adducono argomenti in sostegno della tesi cristiana proprio attraverso l’analisi del discorso con cui Neusner sostiene l’inaccettabilità per un ebreo delle tesi del Discorso della montagna. Senza entrare nel merito, quel che conta è che l’analisi assume come dato che l’ebraismo non è un orpello del passato, morto e senza funzione, e che la via di un cristiano verso la propria fede non può che partire dal dialogo con un ebraismo vivo.Guardiamo invece a come il Cardinale Martini affronta il tema del processo a Gesù. Martini sostiene che il Vangelo di Giovanni presenta questo processo come una “farsa” e una “caricatura” al fine di mettere in luce «il crollo di un’istituzione che avrebbe avuto il compito primario di riconoscere il Messia, verificandone le prove. Sarebbe stato questo l’atto giuridico più alto di tutta la sua storia. Invece fallisce proprio lo scopo fondamentale». Dare per scontato proprio quel che non lo è – e cioè che il Sinedrio fosse un’istituzione che «era sorta in vista» di questa «occasione provvidenziale» e che l’avrebbe persa – permette a Martini, con un salto logico sconcertante, di dedurre la fine storica dell’ebraismo. Non si tratta soltanto della «decadenza di un’istituzione religiosa»: «si leggono ancora i testi sacri, però non sono più compresi, non hanno più forza, accecano invece di illuminare». Si tratta della decadenza dell’intera tradizione ebraica che, in quanto non più “autentica”, va quindi radicalmente superata: «Molte volte ho insistito sulla necessità di giungere a superare le tradizioni religiose quando non sono più autentiche». E quale sia l’esito di questo superamento è quasi superfluo dirlo: «Solo la parola di Dio, rappresentata qui da Gesù, è normativa e capace di dare chiarezza». A questo punto, Martini sottolinea quale sia la sua concezione del dialogo interreligioso: non considerare le religioni come «monoliti immutabili», bensì «fermentarci e vivificarci a vicenda» partendo dall’assunto che anche le tradizioni possono decadere. Pertanto, al di là di un dialogo spesso formale «il nostro cammino interreligioso deve consistere soprattutto nel convertirci radicalmente alle parole di Gesù e, a partire da esse, aiutare gli altri a compiere lo stesso percorso». E queste parole sono quelle espresse nel Discorso della montagna, «assolutamente autentiche e affidabili, perché contengono anche la giusta critica alle tradizioni religiose degradate». Come se ancora non fosse chiaro. Non mi sono mai scandalizzato che alcune religioni e religiosi vogliano convertire gli altri alla propria fede. È legittimo proporre il valore del proprio percorso. Purché non lo si faccia con la violenza, che non è soltanto quella fisica, ma anche quella consistente nell’affermare il disvalore del percorso religioso altrui. Nel caso dei rapporti ebraico-cristiani – resi delicati da un passato tanto dolente – affermare questo disvalore significa né più né meno sostenere che il dono di Dio è stato revocato. Pertanto, il cardinale Martini ha riproposto – e in termini molto brutali, insistendo su aggettivi spiacevoli – la teologia della sostituzione, facendo un passo persino indietro alla “Nostra Aetate”. Chi voglia dialogare con lui (e con chi la pensa come lui) sa quale sia l’intenzione e l’unico possibile esito di tale dialogo: la conversione “radicale” alle parole di Gesù e il riconoscimento del carattere ormai “degradato”, “decaduto” e “non autentico” dell’ebraismo. È probabile che una simile tesi sia frutto della volontà del Cardinale Martini di contrapporsi punto per punto alle tesi del Papa; e quindi che la sua sia una replica proprio all’impostazione del libro Gesù di Nazaret. È comunque assai deprimente che questa contrapposizione si giochi sulla pelle degli ebrei e del dialogo ebraico-cristiano cui Martini, pur di fare il controcanto a Benedetto XVI, assesta un colpo brutale. Non si può non notare che si sono sollevate polemiche a non finire, spesso capziose, sulla reintroduzione della Messa in latino e sulla formula di auspicio di conversione degli ebrei – non della formula concernenti i “perfidi giudei” che è definitivamente abolita – che potrebbe essere letta il venerdì santo, e che comunque apparteneva alla versione dovuta al Papa “progressista” Giovanni XXIII, contro cui nessuno direbbe una parola. Sorvoliamo su altre polemiche ancor più capziose. È strano che nessuno si sia ancora levato a sottolineare la gravità di queste affermazioni del Cardinale Martini che, oltre a riesumare un linguaggio che si sperava definitivamente abbandonato proprio sul tema delicato del “processo a Gesù” – cerca di riesumare quella “teologia della sostituzione” che è la pietra tombale di ogni possibile dialogo ebraico-cristiano. Staremo a vedere. È da augurarsi che nessuno pensi di usare due pesi e due misure per ragioni di Dna. Nel suo ultimo libro ripropone la ‘teoria della sostituzione’, affermando la fine storica dell’ebraismo storica dell’ebraismo Giorgio Israel - ShalomDovrebbe essere evidente che un ebreo può essere di sinistra o di destra. Dovrebbe essere altrettanto evidente che l’ebraismo e il popolo ebraico non sono né di destra né di sinistra. Eppure si riaffaccia la tendenza, nel seno dell’ebraismo italiano, a stabilire che i cromosomi o il Dna degli ebrei e dell’ebraismo sarebbero di sinistra.È forse per questo impulso a schierarsi politicamente, per giunta su basi genetiche, che si affaccia anche la propensione a valutare i cattolici e il dialogo ebraico-cristiano secondo che l’interlocutore sia ritenuto e (magari superficialmente) classificato di destra o di sinistra. Colpisce al riguardo l’occhiuta diffidenza con cui alcuni ambienti guardano all’attuale pontefice (comunemente considerato “di destra”), levando subito alti lai al minimo accenno di qualche mossa che possa sembrare discutibile, e addirittura gridando alla crisi del dialogo ebraico-cristiano, mentre non si è ancora udita una parola in merito alle tesi del recente libro del Cardinale Carlo Maria Martini (emblema del progressismo cattolico), Le tenebre e la luce, di cui La Repubblica ha anticipato, senza commenti, i passi più sensibili per l’ebraismo.Dovrebbe essere superfluo ricordare che la “Nostra Aetate” si limitava a dire degli ebrei che sono «ancora» carissimi a Dio e da rispettare per «religiosa carità evangelica». Giovanni Paolo II fece un deciso passo avanti affermando che «chi incontra Gesù, incontra l’ebraismo». L’attuale Papa Benedetto XVI è andato ancora più in là asserendo che «i doni di Dio sono irrevocabili». Non sembra che sia stata sufficientemente valutata l’importanza storica di una simile affermazione che mette in soffitta la “teologia della sostituzione”, ovvero la tesi secondo cui l’elezione di Israele è stata revocata e sostituita con quella conferita al popolo cristiano ed alla Chiesa. Il recente libro del Papa (Gesù di Nazaret) prosegue su tale via, perseguendo l’obbiettivo indicato nel discorso alla Sinagoga di Colonia, ovvero di «fare passi avanti nella valutazione, dal punto di vista teologico, del rapporto fra ebraismo e cristianesimo», senza «minimizzare o passare sotto silenzio le differenze». Il libro ha come uno dei nodi centrali il confronto con il libro del rabbino Jacob Neusner, A Rabbi talks with Jesus. In un dialogo profondo e rispettoso si adducono argomenti in sostegno della tesi cristiana proprio attraverso l’analisi del discorso con cui Neusner sostiene l’inaccettabilità per un ebreo delle tesi del Discorso della montagna. Senza entrare nel merito, quel che conta è che l’analisi assume come dato che l’ebraismo non è un orpello del passato, morto e senza funzione, e che la via di un cristiano verso la propria fede non può che partire dal dialogo con un ebraismo vivo.Guardiamo invece a come il Cardinale Martini affronta il tema del processo a Gesù. Martini sostiene che il Vangelo di Giovanni presenta questo processo come una “farsa” e una “caricatura” al fine di mettere in luce «il crollo di un’istituzione che avrebbe avuto il compito primario di riconoscere il Messia, verificandone le prove. Sarebbe stato questo l’atto giuridico più alto di tutta la sua storia. Invece fallisce proprio lo scopo fondamentale». Dare per scontato proprio quel che non lo è – e cioè che il Sinedrio fosse un’istituzione che «era sorta in vista» di questa «occasione provvidenziale» e che l’avrebbe persa – permette a Martini, con un salto logico sconcertante, di dedurre la fine storica dell’ebraismo. Non si tratta soltanto della «decadenza di un’istituzione religiosa»: «si leggono ancora i testi sacri, però non sono più compresi, non hanno più forza, accecano invece di illuminare». Si tratta della decadenza dell’intera tradizione ebraica che, in quanto non più “autentica”, va quindi radicalmente superata: «Molte volte ho insistito sulla necessità di giungere a superare le tradizioni religiose quando non sono più autentiche». E quale sia l’esito di questo superamento è quasi superfluo dirlo: «Solo la parola di Dio, rappresentata qui da Gesù, è normativa e capace di dare chiarezza». A questo punto, Martini sottolinea quale sia la sua concezione del dialogo interreligioso: non considerare le religioni come «monoliti immutabili», bensì «fermentarci e vivificarci a vicenda» partendo dall’assunto che anche le tradizioni possono decadere. Pertanto, al di là di un dialogo spesso formale «il nostro cammino interreligioso deve consistere soprattutto nel convertirci radicalmente alle parole di Gesù e, a partire da esse, aiutare gli altri a compiere lo stesso percorso». E queste parole sono quelle espresse nel Discorso della montagna, «assolutamente autentiche e affidabili, perché contengono anche la giusta critica alle tradizioni religiose degradate». Come se ancora non fosse chiaro. Non mi sono mai scandalizzato che alcune religioni e religiosi vogliano convertire gli altri alla propria fede. È legittimo proporre il valore del proprio percorso. Purché non lo si faccia con la violenza, che non è soltanto quella fisica, ma anche quella consistente nell’affermare il disvalore del percorso religioso altrui. Nel caso dei rapporti ebraico-cristiani – resi delicati da un passato tanto dolente – affermare questo disvalore significa né più né meno sostenere che il dono di Dio è stato revocato. Pertanto, il cardinale Martini ha riproposto – e in termini molto brutali, insistendo su aggettivi spiacevoli – la teologia della sostituzione, facendo un passo persino indietro alla “Nostra Aetate”. Chi voglia dialogare con lui (e con chi la pensa come lui) sa quale sia l’intenzione e l’unico possibile esito di tale dialogo: la conversione “radicale” alle parole di Gesù e il riconoscimento del carattere ormai “degradato”, “decaduto” e “non autentico” dell’ebraismo. È probabile che una simile tesi sia frutto della volontà del Cardinale Martini di contrapporsi punto per punto alle tesi del Papa; e quindi che la sua sia una replica proprio all’impostazione del libro Gesù di Nazaret. È comunque assai deprimente che questa contrapposizione si giochi sulla pelle degli ebrei e del dialogo ebraico-cristiano cui Martini, pur di fare il controcanto a Benedetto XVI, assesta un colpo brutale. Non si può non notare che si sono sollevate polemiche a non finire, spesso capziose, sulla reintroduzione della Messa in latino e sulla formula di auspicio di conversione degli ebrei – non della formula concernenti i “perfidi giudei” che è definitivamente abolita – che potrebbe essere letta il venerdì santo, e che comunque apparteneva alla versione dovuta al Papa “progressista” Giovanni XXIII, contro cui nessuno direbbe una parola. Sorvoliamo su altre polemiche ancor più capziose. È strano che nessuno si sia ancora levato a sottolineare la gravità di queste affermazioni del Cardinale Martini che, oltre a riesumare un linguaggio che si sperava definitivamente abbandonato proprio sul tema delicato del “processo a Gesù” – cerca di riesumare quella “teologia della sostituzione” che è la pietra tombale di ogni possibile dialogo ebraico-cristiano. Staremo a vedere. È da augurarsi che nessuno pensi di usare due pesi e due misure per ragioni di Dna.
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Coordinatore scientifico: Lawrence M.F. Sudbury Collaboratori: Andrea Andreoli, Alberto Bacci, Roberto Grenadi, Alfredo Cannavacciuolo, Luca Rotondi, Centro Ricerche Periplos, Silvano Catelli, Yves Detailly, Ron Kusim, Ricardo Gomez | |||||||||||||||||||||||||||||||||||

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Le religioni antiche



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